lunedì 29 luglio 2013

No-Tav indagati per "terrorismo"



Perquisizioni all'alba. L'accusa: "Attentato per finalità terroristiche o eversione". 
"Attentato per finalità terroristiche o eversione". L'accusa nei confronti dei No-Tav parla chiaro, e viene mossa per la prima volta in assoluto con questi termini. Con questa motivazione sono state disposte delle perquisizioni da parte della Digos di Torino nelle abitazioni di alcuni attivisti contrari all'opera ferroviaria del capoluogo piemontese della Val di Susa. I fatti contestati farebbero riferimento alle manifestazioni di inizio luglio (il 10, per la precisione) e non agli scontri della notte tra il 19 e il 20 luglio a Chiomonte. 
L'attacco - Nel dettaglio, le perquisizioni effettuate all'alba di lunedì 29 luglio sono una decina. Nel mirino l'attacco che si verificò all'inizio del mese al termine di una manifestazione al corteo della Maddalena: le forze dell'ordine furono assaltate da un gruppo di attivisti che si erano avvicinati alle reti lanciando bombe carta e petardi, e costringendo gli agenti alla carica per respingerli. Durante il successivo sopralluogo per la messa in sicurezza dell'area erano stati rinvenuti diversi petardi e bombe carta inesplose.
da Libero Quotidiano

domenica 28 luglio 2013

No al carcere per il branco che stupra. L'indignazione di Zaia



“La misura è colma. La sentenza della Corte costituzionale che arriva a dire no al carcere per la violenza sessuale di gruppo se il caso concreto consente di applicare misure alternative ha qualcosa di incredibile e scandaloso. E’  il frutto malato di un Parlamento che non riesce a legiferare in modo severo, di una politica così distante dalle istanze dei cittadini da non saper più né considerare né rispondere al senso comune”.
“E’ inaccettabile – continua -  perché così di fatto si declassa uno dei reati più indegni e odiosi e che suscita ribrezzo negli uomini per bene, figuriamoci nelle donne. Mi chiedo a che punto si sia arrivati in questo Paese se si tengono più in conto i diritti dei  maschi violenti più che quelli delle donne e della dignità del corpo femminile. Per crimini come questo si deve andare in galera e buttare la chiave per un bel po’ di anni. In questa selva legislativa creata da un Parlamento incapace di dare ai giudici norme chiare e severe, la certezza del diritto diventa sempre più chimera. Una pagina avvilente, da dimenticare presto, da superare presto con nuove soluzioni di legge, nella speranza che per una volta le Camere ascoltino quello che dice la gente comune”.
da VicenzaPiù


Cgil e stupratori. Le due sentenze choc della Consulta




La Corte costituzionale riammette la Fiom alle trattative sindacali in Fiat e rende non obbligatorio il carcere per gli indiziati di violenza gruppo
Martedì 23 luglio potrebbe passare alla storia giuridica d'Italia come il "Consulta-day" per due sentenze sul lavoro e sulla sicurezza che hanno suscitato grandi polemiche e potrebbero lasciare strascichi. la prima riguarda il braccio di ferro tra la Fiat e la Fiom, il ramo metalmeccanico della Cgil. La Consulta oggi ha reso note le motivazioni della sentenza pronunciata lo scorso 3 luglio, quando dichiarò illegittimo l'articolo 19 dello statuto dei lavoratori. Spiegano i supremi giudici che l'articolo, consentendo la rappresentanza sindacale aziendali ai soli sindacati firmatari del contratto applicato in azienda, contrasta coi "valori del pluralismo e libertà di azione della organizzazione sindacale. Nel momento in cui viene meno alla sua funzione di selezione dei soggetti in ragione della loro rappresentatività" e "si trasforma invece in meccanismo di esclusione di un soggetto maggiormente rappresentativo a livello aziendale o comunque significativamente rappresentativo, sì da non potersene giustificare la stessa esclusione dalle trattative, il criterio della sottoscrizione dell'accordo applicato in azienda viene inevitabilmente in collisione con i precetti di cui agli articoli 2, 3 e 39 della Costituzione". Un successo per la Fiom e un paletto tra le ruote del Lingotto, che ha replicato a stretto giro difendendo la correttezza del suo operato: "Secondo la Corte la rappresentatività deve essere riconosciuta anche a quei sindacati che, pur non firmatari dei contratti, abbiamo comunque partecipato attivamente alle trattative. La Fiat si riserva di valutare se e in che misura il nuovo criterio di rappresentatività, nell'interpretazione che ne daranno i giudici di merito, potrà modificare l'attuale assetto delle proprie relazioni sindacali e, in prospettiva, le sue strategie industriali in Italia". Una velata (neanche tanto) minaccia di lasciare il Paese, con voci che circolano secondo le quali, dopo la fusione con Chrysler, Fiat potrebbe spostare in Olanda il suo quartier generale.
Pochi minuti dopo la Consulta si è trovata sul tavolo un ricorso p'resentato dalla sezione riesame del tribunale di Salerno, riguardante un caso di stupro di gruppo. Nel Paese dell'allarme femminicidio, i supremi giudici hanno disposto che le persone che sono gravemente indiziate del reato di stupro di gruppo possono non finire in carcere, qualora sussistano le condizioni per applicare misure alternative alla custodia cautelare in carcere. Secondo la Consulta, i "gravi indizi di colpevolezza" non rendono automatica la custodia in carcere, ma il giudice puo' anche stabilire che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con misure alternative alla detenzione. Nella sentenza, peraltro, la Corte conferma la gravita' del reato, da considerare tra quelli piu' ''odiosi e riprovevoli''. Ma la ''piu' intensa lesione del bene della liberta' sessuale'', ''non offre un fondamento giustificativo costituzionalmente valido al regime cautelare speciale previsto dalla norma censurata''. Alla base del pronunciamento una questione di legittimita' sollevata dalla sezione riesame del Tribunale di Salerno. La Consulta ricorda in sentenza come ''la disciplina delle misure cautelari debba essere ispirata al criterio del 'minore sacrificio necessario ': la compressione della liberta' personale deve essere, pertanto, contenuta entro i limiti minimi indispensabili a soddisfare le esigenze cautelari del caso concreto". E questo vale anche per il "branco".
da Libero Quotidiano

lunedì 22 luglio 2013

Perché un Veneto libero vuol dire “tana libera tutti”




Oggi non esiste una soluzione nazionale al problema, perché il problema è l'Italia, fondata sull'apparato burocratico e la rapina fiscale. Se il veneto, schiavo fiscale per eccellenza, si emancipa col referendum, crolla il sistema, e ne guadagnano tutti, dalle Alpi alla Sicilia. 
Pubblichiamo il discorso che Marco Bassani, storico delle dottrine politiche e firma de L’Intraprendente, ha tenuto a Conegliano, durante la serata di esordio di Plebiscito2013.eu, un’associazione nata per sostenere il diritto dei cittadini veneti ad esprimere la propria volontà nel referendum sull’indipendenza del Veneto. 
Quando è che un’istituzione entra nella sua crisi risolutiva? Quando crea più problemi di quanti non ne risolva. Se questo è il criterio, e lo è, occorre riconoscere che l’Italia è da decenni in crisi. Tuttavia, le mille catene burocratiche e le cento corde dei legami di una ben misera memoria condivisa – sentimenti irrazionali – hanno nascosto a lunga questa realtà. Oggi continuare a negare che l’Italia rappresenti il problema e non la soluzione vuol dire essere complici della bancarotta del nostro destino. E incapaci di raffigurarsi un futuro da persone libere.
Non può esistere una via nazionale alla soluzione del problema Italia. Perché l’Italia è il problema e il Veneto la soluzione. Lasciatemi parafrasare un classico. “Dove sta la possibilità dell’emancipazione italica? Risposta: nella formazione di un popolo con catene radicali, un popolo nella società italica che non è però della società italica, una popolo che sia la dissoluzione di tutti i popoli, una sfera che, per la sua situazione di schiavitù fiscale universale, possieda un carattere universale e non rivendichi un diritto particolare, poiché non ha subìto un torto particolare, bensì l’ingiustizia di per sé, assoluta. È un popolo che potrebbe, ma non ha neanche bisogno di appellarsi a un titolo storico, ma al titolo umano, che non si trova in contrasto unilaterale con le conseguenze, ma in contrasto totale con tutte le premesse del sistema politico italiano, una sfera che non può emancipare se stessa senza emanciparsi da tutti gli altri popoli italici, emancipandoli di conseguenza tutti, e che è, in una parola, la perdita completa dell’uomo e possa quindi conquistare nuovamente se stesso soltanto riacquistando completamente l’uomo. Questa decomposizione della decrepita società italica è il Veneto libero, indipendente e sovrano”.
Inutile negarlo, alcune popolazioni dovranno fare i conti con il fallimento italiano in modo ancor più doloroso rispetto ai veneti, ma non è più tempo di procrastinare: il cerino brucerà le dita solo di chi si ostina a volerlo passare, credendo che la prossima generazione risolverà il dissesto chiamato Italia. È ora di spegnere le fiamme, di gettare un referendum e la volontà del popolo sul piatto della storia. E ai veneti che amano l’Italia suggerisco con rispetto: appoggiate il referendum, andate a votare e mostrate, eventualmente, che le catene sono del tutto volontarie, che la schiavitù fiscale è libertà e che lavorare per gli altri è una libera scelta.
La libertà del Veneto sarà anche una sorta di “tana libera tutti”, il crollo del muro di Berlino dell’Occidente e il miglior regalo che possiate fare agli italiani. Da Capo Passero alle Alpi saremo tutti più ricchi, perché la povertà è l’incapacità di risolvere da soli i propri problemi. Il Meridione dovrà fare grandi e difficilissime cose, ma meglio farlo adesso, appena prima di aver reso la “Penisola che non c’è” una landa desolata del terzo mondo. Uniti stiamo morendo, divisi rinasceremo. Un giorno, forse, tenendo ben separate le borse, nascerà una libera confederazione che riconoscerà i motivi che ci uniscono, senza violare i diritti di nessuno. Ma ricordatevi: chi vi accusa oggi di egoismo e di pensare solo al danaro è perché ve lo sta portando via nel rispetto di tutte le leggi.
Il sistema politico italiano nasce per riprodurre costantemente il veneto come schiavo fiscale: solo un atto pacifico e democratico può ridisegnare un Veneto che non sia più una vacca da mungere.
di Marco Bassani (L'Intraprendente)

Perché in Veneto si può (e si deve) votare il referendum



La realtà economica e sociale del Nord sta progressivamente e velocemente disgregandosi. La crisi sembra ormai senza uscita ed è esattamente in questo momento storico che la Commissione giuridica incaricata dalla Regione Veneto ha consegnato le proprie valutazioni in merito alla possibilità di un referendum consultivo che interpelli i veneti in merito al tema dell’indipendenza. I sei studiosi – costituzionalisti, amministrativisti, filosofi del diritto, professionisti del diritto positivo – hanno esaminato la questione da varie prospettive senza giungere una risposta condivisa, ma offrendo invece una varietà di valutazioni.
Va detto che quando ci si chiede se i veneti possono darsi istituzioni proprie e del tutto indipendenti (uscendo dalla Repubblica italiana), ci si sta confrontando con temi che almeno in parte esulano dalle conoscenze di un giurista positivo: sia egli un internazionalista o un costituzionalista. Nel momento in cui vi sono città e regioni che vedono scomparire una prosperità faticosamente costruita nel corso di decenni di duro lavoro, e per questo rivendicano il diritto a essere “padrone a casa propria”, è chiaro che c’è in gioco molto di più che non semplici questioni di dottrina o giurisprudenza. Per di più, quanti sostengono la battaglia veneta per l’autodeterminazione e immaginano un’Europa composta da piccole entità indipendenti (sottoposte a una forte concorrenza istituzionale), lo fanno in nome di principi che non possono essere ignorati, anche se certamente minano alla radice la moderna nozione di sovranità, che è stato il vero cardine dell’istituzione che ha dominato gli ultimi cinque secoli della storia d’Europa: lo Stato. Sullo sfondo delle considerazioni sviluppate dai giuristi veneti c’è allora lo scontro tra la libertà e la forza, tra le ragioni del voto e le pretese di apparati sostanzialmente autoritari che faticano a uscire di scena, nonostante la lunga scia di crimini che hanno tracciato nel corso della loro esistenza, distruggendo risorse e cancellando speranze.
Va detto: secessione e Stato moderno sono nozioni incompatibili, e questo per la semplice ragione che, nella loro astratta dogmatica, gli Stati si rappresentano come necessariamente unitari, salvo poi prendere atto che in varie circostanze hanno luogo disgregazioni e distacchi. Ma i processi indipendentisti hanno spesso successo de facto, anche se neppure sono pensabili de jure per chi pretenda di restare prigioniero delle categorie elaborate dalla giuspubblicista moderna. Questa scissione tra il dogma e la realtà è comunque solo l’ultima riprova del fatto che le nostre istituzioni pubbliche poggiano su una qualche teologia politica: su una mistica del potere senza la quale non potrebbero reggere. Quando l’attuale Costituzione parla della Repubblica italiana come di un’entità “una e indivisibile” è ben chiaro agli storici delle idee come quella formula sia di matrice giacobina e provenga, di conseguenza, da una cultura intollerante: che nei fatti non ha più vero diritto di cittadinanza all’interno del confronto pubblico. È la sopravvivenza di un passato già sconfitto. È quindi curioso che quelle tre parole vengono talora presentate come l’argomento decisivo contro ogni richiesta di autogoverno, come l’asso pigliatutto, come la prova provata che non vi sarebbe alcuno spazio per la minima discussione su ogni ipotesi d’indipendenza di una comunità. Il discorso sarebbe insomma chiuso ancor prima di aprirlo. Ovviamente non è così e per più di un motivo.
D’altra parte, è sufficiente domandarsi cosa ha portato il Veneto in Italia. Sul piano dei fatti, il Veneto è diventato italiano a seguito dell’esito della guerra austro-prussiana, ma dal punto di vista formale (giuridico) il Veneto è entrato a far parte del Regno d’Italia a seguito del voto popolare dell’ottobre del 1866. Sono i referendum, veri o fasulli che fossero, che hanno sancito la legalità dell’ingresso dell’annessione. Ma la logica ci impone di ritenere che se un voto ha unito, allo stesso modo un voto può dividere. D’altra parte, non è infatti ammissibile che il popolo possa, al tempo stesso, detenere il potere costituente e poi rinunciarvi definitivamente. Come non è lecito per un singolo darsi liberamente in schiavitù, analogamente non è possibile che un’intera popolazione possa consegnare se stessa e la propria discendenza (comprendendo in ciò anche quanti sono venuti a vivere in quel territorio successivamente) a un determinato ordinamento politico. Come alcuni giuristi della Commissione veneta hanno sottolineato, l’Italia non può sottoscrivere le norme internazionali sul diritto di autodeterminazione e alzare il dito – per fare qualche esempio – contro il Marocco per la situazione del Sahara occidentale, contro l’Azerbaigian per la situazione del Nagorno-Karabakh o contro la Nigeria per quello che riguarda il Biafra, senza che questo abbia conseguenze al proprio interno. Non possiamo esporre la bandiera del Tibet sui municipi della nostre città, contestando la politica di Pechino, e poi rifiutarci d’interpellare con il voto gli abitanti del Tirolo meridionale o di qualunque altra parte della Repubblica.
Per giunta, la questione al centro del confronto che ha visto protagonisti i “saggi” della Commissione è la possibilità, per la Regione, di consultare i veneti. C’è ancora, dunque, libertà di espressione e parola in Italia? È possibile per Luca Zaia e gli altri consiglieri veneti interpellare la propria popolazione, usando lo strumento del referendum consultivo? Rispondere “no” vorrebbe dire cancellare dal nostro ordinamento ogni principio di libertà e pluralismo. A ben guardare, lungi dal dirigersi verso logiche eversive e illegali le popolazioni venete chiedono solo al diritto di riscoprire il suo significato più autentico: quello di un ordine di regole che aiuta la convivenza, e non già l’ostacola.
Entro questa Europa che vede Scozia e Catalogna dirigersi verso un voto che potrebbe decidere la loro indipendenza, pure il Veneto sta insomma iniziando ad alzare la testa: e le conclusioni della Commissione sono un altro passo nella giusta direzione, dal momento che – per chi sappia leggere e comprendere – esse dicono che la consultazione si può fare. Perché oggi è il tempo di darsi istituzioni modeste e vicine, rispettose e liberali, chiamate a rispondere direttamente alle esigenze della persona e costrette a competere con altre realtà che sono al loro fianco. Il grande successo economico delle città indipendenti (da Singapore a Montecarlo) o delle piccole realtà regionali (dai cantoni svizzeri all’Estonia, dal Lussemburgo alla Slovacchia) sono la riprova di come gli Stati nazionali e di grandi dimensioni abbiano fatto il loro tempo. Non soltanto sono costruzioni artificiose che negano le libertà fondamentali. Essi sono anche intralci quasi insuperabili per quanti vogliano offrire una prospettiva ai propri figli e nipoti. Lasciamo allora il loro destino nei mani dei votanti: facciamo sì che sia un semplice voto a certificarne la sopravvivenza o, com’è ragionevole attendersi, la fine definitiva. 
di Carlo Lottieri