domenica 16 marzo 2014

Rom il governo diffida la Lega di Vicenza per razzismo. Celebron: "Censura"

Il segretario Celebron e l'eurodeputato Fontana gridano alla censura «È discriminazione alla rovescia per intimidirci, ma non molliamo».
VICENZA. Una diffida per razzismo. L'ha ricevuta Matteo Celebron, 25 anni, segretario cittadino della Lega nord, con una lettera della Presidenza del Consiglio dei ministri: l'Ufficio anti-discriminazioni razziali (Unar), che fa capo al Dipartimento per le pari opportunità, comunica di aver aperto un'istruttoria per le parole che il giovane padano ha usato, in un comunicato stampa, sulla questione-nomadi a Vicenza. È la stessa sorte capitata a un sindaco leghista del Piemonte e al veronese Lorenzo Fontana, eurodeputato del Carroccio, per alcune dichiarazioni sui rom. Ieri, proprio Celebron e Fontana hanno convocato la stampa per rendere pubbliche queste loro vicende, respingere le accuse e rilanciare: «Siamo sbalorditi, mai discriminato nessuno», dice Celebron. «Ci vogliono mettere il bavaglio», incalza Fontana, che si dice pronto, nel caso, a dichiararsi «perseguitato politico».
IL RICHIAMO. Ma cos'hanno affermato, i due, per meritarsi il richiamo da Palazzo Chigi? Secondo l'Unar, si sono espressi in maniera tale da «colpevolizzare indistintamente un'intera comunità» (...)
Marco Scorzato (GdV)

venerdì 14 marzo 2014

Vicenza. Corteo dei centri sociali pro nomadi e violenza. Prima i fumogeni e poi le denunce

Trenta attivisti del Bocciodromo e No Dal Molin rischiano di finire nei guai per manifestazione non autorizzata e per il lancio di oggetti pericolosi. 
VICENZA. Cassonetti spostati e lancio di fumogeni contro il cordone della polizia: adesso fioccano le denunce. Sono almeno una trentina gli attivisti No Dal Molin e i giovani del Bocciodromo che rischiano di finire nei guai per quel “fuori programma” di pochi minuti di mercoledì. Manifestazione non autorizzata, mancato rispetto dei termini del preavviso e lancio di oggetti pericolosi le ipotesi di reato. Ora non resterà che controllare le immagini per identificarli. Non sarà facile. Tutti si sono preparati al blitz, con sciarpe, cappucci e passamontagna. 
SERATA DI TENSIONE. Forza Nuova da una parte, centro sociale e No Dal Molin dall'altra, Usb e Comunisti al centro. Tre fazioni in piazza per dire la loro sul caso nomadi in una serata che, sin dall'anizio, si è preannunciata ad alta tensione. Il corteo del Bocciodromo (150 circa) parte dall'istituto Canova dopo le 21. Passano pochi istanti e la prima fila accende un fumogeno e si veste con k-way e passamontagna. L'azione è immediata. In una trentina, a volto travisato, girano in via Porto Godi.
Claudia Milani Vicenzi (GdV)

giovedì 13 marzo 2014

Vicenza: Consiglio degli stranieri. Celebron e la Lega insorgono: "una follia, porcata in salsa Pd"

Il Consiglio degli stranieri sta per diventare realtà a Vicenza. Annunciato dall’amministrazione comunale già diversi tempo fa attraverso l’introduzione nello Statuto comunale, ora dopo l’accelerata voluta nell’ultimo periodo dall’assessore Isabella Sala e dalle associazioni degli stranieri presenti in città, fra pochi mesi sembra arrivato il momento che l’organismo in rappresentanza della comunità straniera residente a Vicenza diventi concretamente operativo. La Lega Nord, però, tramite il segretario cittadino Matteo Celebron insorge.
“Come nel ventennio esistevano i ghetti, nel 2014 a Vicenza istituiscono il Consiglio degli stranieri – afferma l’esponente leghista - peraltro con una indennità per presidente e vice. E’ una follia, l’ennesima da parte di un Comune che forse non ha ben chiare le esigenze reali dei vicentini”. 
“Quello che si appresta ad approvare – continua Celebron – è un provvedimento di pura facciata. Nel regolamento si specifica che ‘il Consiglio si esprimerà su proposte di deliberazione riguardanti le problematiche dell’immigrazione’. Ma quali sono le problematiche dell’immigrazione che non possono già essere risolte dal Consiglio comunale e dai 36 consiglieri eletti solo un anno fa? C’è davvero bisogno di un Consiglio parallelo solo per le problematiche degli immigrati? Ho i miei seri dubbi, e come me anche molti vicentini, immagino”.
Poi il segretario della Lega Nord di Vicenza attacca il Pd, tornando anche sulla questione bollette per i Rom e Sinti:
“Faremo di tutto – annuncia – per contrastare questa porcata in salsa Pd, che dopo le bollette pagate ai nomadi (alcuni dei quali giravano con la Porsche e sono indagati per furto), si presta all'approvazione di una consulta totalmente inutile e che contrasta palesemente con la Costituzione da loro tanto amata e difesa. Se il problema è che questi cittadini pagano le tasse ma non possono eleggere i loro rappresentati in Consiglio comunale, analogo problema si manifesta per i minori di 18 anni italiani che lavorano e contribuiscono alla crescita della Città ma che non possono votare”.

Soldi agli immigrati che vanno via. Così il Veneto vuol fermare l’invasione

Gli stranieri nella regione sono circa mezzo milione e il 20% è senza lavoro.
Il Veneto leghista pagherà il rimpatrio degli immigrati rimasti senza lavoro. Di chi, arrivato nell’ex ricco Nordest con la prospettiva di un’occupazione e di una vita dignitosa, per colpa della crisi e della chiusura di migliaia di piccole e medie aziende si è ritrovato senza impiego e senza prospettive. Gli stranieri residenti nella regione governata da Luca Zaia sono circa 500 mila, un decimo della popolazione. L’immigrazione contribuisce al 6 per cento del prodotto interno lordo regionale. I posti di lavoro però sono sempre meno e anche quegli immigrati che erano riusciti a inserirsi nel tessuto sociale, oggi si ritrovano nuovamente ai margini: in Veneto la disoccupazione straniera ha raggiunto il 23 per cento. Vien da sé che la situazione, pur in una delle regioni più accoglienti d’Italia sul fronte dell’immigrazione, sta diventando molto complicata da gestire. Ecco dunque che Zaia rispolvera il vecchio adagio leghista «aiutiamoli a casa loro» e mette sul piatto 650 mila euro, cifra che, assicura il governatore, arriverà al milione prima dell’approvazione definitiva del bilancio. Parte di questa somma, secondo la nuova legge sull’immigrazione che andrà a sostituire il testo del 1990, sarà destinata ai rimpatri. Il piano è stato concordato con le associazioni che fanno parte della Consulta regionale per l’immigrazione. Zaia ha la delega ai Flussi migratori dopo la bufera che la scorsa estate si era abbattuta sul compagno di partito, Daniele Stival, secondo cui il paragone di Roberto Calderoli tra Cècile Kyenge e l’orango sarebbe stato offensivo per quest’ultimo.
Zaia parla di una vera e propria «emergenza dettata dalla disoccupazione e dall’impossibilità da parte degli immigrati di tornare a casa». Il leghista, che respinge al mittente le puntuali accuse di razzismo avanzate da alcuni esponenti di sinistra, sta mettendo a punto un piano «per riportare le persone là dove hanno le loro famiglie, i loro affetti e le loro piccole proprietà». Nel fondo destinato ai rimpatri rientreranno anche i prestiti d’onore, ossia piccole somme di denaro che la Regione Veneto sta pensando di destinare a quegli stranieri che, imparato un mestiere nelle fabbriche e nei campi del Nordest, vogliano provare ad aprire attività in patria. Questo, fa sapere il governatore, sarà anche un modo per combattere l’immigrazione clandestina, per evitare che le persone rimpatriate, dopo pochi mesi tornino in Italia. La proposta però non piace alla Caritas di Venezia. Il direttore, don Dino Pistolato, dice che lo scenario dei rimpatri torna di moda ciclicamente e che finora ha sempre fallito. La Caritas boccia anche i prestiti d’onore. «Che allora ci presentino loro una soluzione attuabile» replica l’assessore regionale al Lavoro, Elena Donazzan (Pdl Fi-Veneto). «Il progetto della nostra giunta punta sia al rispetto della dignità degli immigrati sia a quel “prima i veneti” scelto da Zaia in campagna elettorale e che non è soltanto uno slogan. Venerdì presentiamo i dati relativi al mercato del lavoro. Nel 2013 in Veneto i fallimenti sono stati 10 mila, 2 mila in più rispetto al 2012. È chiaro» conclude Donazzan «che non c’è più posto per tutti. La situazione è drammatica, bisogna intervenire con delle azioni concrete».
Il progetto della giunta Zaia è stato reso noto nei giorni in cui il governo spagnolo ha rilanciato il “programma di ritorno volontario” per tentare di limitare il fenomeno dell’immigrazione clandestina. Madrid, dopo l’esperienza dello scorso anno che ha riguardato 246 stranieri, ha di nuovo offerto 350 euro a ciascun immigrato che deciderà di fare ritorno nella terra di origine. Le situazioni più delicate riguardano le enclavi marocchine di Ceuta e Melilla. Il governo di Madrid ha sottolineato che elargire una somma di questo tipo significa «mettere gli immigrati nelle condizioni di poter affrontare al meglio la vita nei loro Paesi, dove il reddito pro capite è bassissimo». Il Veneto prova a seguire l’esempio.
di Alessandro Gonzato

IL PIANO CASA DI RENZI. Si faceva pagare l'affitto da un amico imprenditore

Il premier, quando stava a Firenze, per tre anni in un attico in centro a spese di Marco Carrai.
Il "giallo" è chiarito. Ma solo in parte. A pagare l'affitto a Matteo Renzi per l'attico di via Alfani a Firenze è stato tra il marzo 2011 e il gennaio 2014 Marco Carrai. Lo scrive, in una lettera a Libero, lo stesso Carrai, da anni amico e consigliere dell'ex sindaco del capoluogo toscano e attuale presidente del Consiglio. Non spiega però, Carrai, per quale motivo per quasi tre anni abbia pagato la casa a Matteo Renzi. Già, perchè lui, oltre che amico di vecchia data del premier, è anche presidente dell'aeroporto di Firenze, ovvero di una società partecipata del Comune di Firenze, guidato fino a poche settimane fa dalla persona che usufruiva del pagamento dell'affitto dell'immobile di via Alfani.
da Libero Quotidiano

mercoledì 12 marzo 2014

Scuola, la Lega avverte l'Ue: "Mense a rischio infezione con gli immigrati in cucina"

Bagarre in Regione Lombardia su un emendamento della consigliera Baldini. Insorge la sinistra: "In atto una deriva che va fermata".
Il timore è che gli immigrati che lavorano nelle cucine che preparano i pasti per le mense scolastiche veicolino batteri e infezioni
Da qui la richiesta della Lista Maroni in Regione Lombardia per ottenere dall'Unione europea regole più severe per evitare che le cucine diventino veri e propri ricettacoli dannosi per la salute dei bambini. In un emendamento discusso in commissione regionale Sanità, Maria Teresa Baldini ha chiesto "particolare attenzione alle problematiche infettive dovute anche all’impiego di personale immigrato nei processi di produzione, distribuzione e somministrazione di alimenti negli ambienti scolastici, sanitari e sociosanitari".
Da qualche settimana la Baldinia è sotto il fuoco incrociato della sinistra. A farla finire nel mirino dei progressisti è stata una dichiarazione sulla proposta della Giunta Pisapia di destinare ai rom la caserme chiuse a Milano. "Il sindaco vuole dare ai rom le caserme in disuso? - aveva commentato la Baldini - poi rinchiudiamoli e vediamo quanti bambini sono affetti da tubercolosi". La richiesta delle mense scolastiche non ha fatto altro che attirarle addosso nuovi attacchi da parte della sinistra. Ma non solo. "Il pregiudizio antistranieri contenuto nell’emendamento è insostenibile — ha commentato la piddina Sara Valmaggi — quel che è peggio è che con Maroni la paura del diverso sta diventando legge. Prima c’è stato il 'no' al pediatra, poi la cancellazione dei contributi a chi non risiede in Lombardia. È in atto una deriva che va fermata". Sulla stessa linea anche Stefano Carugo del Nuovo centrodestra: "Se vuole che si riapra il lazzaretto perché teme che gli immigrati ci riportino la peste a Milano. ce lo faccia sapere. Non diffondiamo falsi allarmismi sugli immigrati".
Come ricostruisce Repubblica, dopo il voto anche il gruppo consiliare "Maroni presidente" ha preso le distanze dalla Baldini definendo l'emendamento "una espressione di una presa di posizione del tutto personale". "Per noi - hanno spiegato - i controlli nell'ambito della sicurezza alimentare devono essere effettuati indistintamente a tutto il personale coinvolto nei processi di produzione, distribuzione e somministrazione di alimenti negli ambienti scolastici e sanitari".
di Sergio Rame (Giornale)

martedì 11 marzo 2014

Le giravolte di Grillo su Euro e Indipendenza

Inneggiava al tricolore, ora parla di autodeterminazione. E sulla moneta unica è arrivato a chiederne l’uscita per poi proporre gli eurobond.
Evviva, Beppe Grillo vuole la secessione. Meno male, Grillo difende il tricolore. Evvai, il Movimento 5 Stelle vuole abbandonare l’Euro. Per fortuna che il M5S difende la permanenza  dell’Italia nella moneta unica. Non è un delirio giornalistico ma la presa d'atto delle mille giravolte che l’ex comico ligure ha fatto su due tra i principali dossier sui tavoli di tutti i leader europei.
Il principio di autodeterminazione, la possibilità di autogovernarsi e di decidere autonomamente del proprio futuro e del proprio destino, il diritto internazionale che, prevalendo su quello nazionale, giustifica e legittima le aspirazioni dei popoli all'indipendenza da Stati che non sentono più come propri sono temi che stanno appassionando, o parallelamente terrorizzando,  le cancellerie di mezza europa, dall’Inghilterra alla Spagna. L’esempio di quello che sta succedendo in Scozia o in Catalunya sta facendo scuola anche in altre  nazioni che aspirano ad uno Stato proprio, a cominciare dal Veneto. Una questione non secondaria, che può portare a ridisegnare in toto l'attuate Europa. Così come non è certo un dibattito accademico da farsi solo nelle aule universitarie decidere se dopo essere entrati nel sistema della moneta unica occorre sposarlo per l'eternità oppure è possibile  lavorare per un ritorno a valute nazionali. Siamo di fronte a due temi che sicuramente saranno centrali alle prossime elezioni europee del 25 maggio. Due argomenti che peseranno nelle valutazioni di milioni di cittadini che si recheranno alle urne, nel nostro Paese così come negli altri Stati europei. Due questioni che come spesso succede il partito di Beppe Grillo sta affrontando con superficialità e demagogia. Guardando i sondaggi o  cercando di interpretare i sentimenti della rete, senza progetti e senza un minimo di coerenza. Come dimostrano le infinite  giravolte e dichiarazioni contraddittorie che negli anni il comico ci ha propinato.
Già perché se negli ultimi giorni il leader del M5S ha mostrato una certa sensibilità per il tema dell'indipendenza, delle macroregioni e della possibilità più che concreta di una disarticolazione dello Stato italiano, nei mesi e  negli anni passati, invece, si era schierato decisamente contro qualsiasi ipotesi di cambiamento.  Solo a settembre dell'anno scorso 12 deputati grillini occuparono il tetto di Montecitorio per protestare contro il tentativo di istituire un Comitato parlamentare per le riforme che avrebbe dovuto redigere i provvedimenti per cambiare la Costituzione.  Enrico Letta aveva promesso una riforma della Costituzione in 18 mesi ma l’art. 138 (che obbliga ad un doppio passaggio nelle Camere e permette un referendum in caso di una maggioranza in aula inferiore ai due terzi) fa a botte con la velocità. Per questo era necessario un percorso più agile ma i grillini, al di là del merito delle riforme, semplicemente difendevano lo status quo. La Costituzione non si cambia. Punto e basta. Idea coerente con quanto  esposto da Grillo nel suo blog il 14 settembre del 2010, il giorno in cui la Lega Nord si ritrovava a Venezia. Alcuni militanti cinque Stelle erano stati fermati dalla polizia perché cercavano di infilarsi all’interno della kermesse leghista sventolando tricolori e cercando di provocare i sostenitori del Carroccio.  Grillo era rimasto scandalizzato: «Esibire il Tricolore è una provocazione, si rischia il linciaggio. Italiani che si credono padani (mai esistiti nella penisola) che combattono italiani che si credono italiani, sarà il caso di capire le cause di questa follia prima che sia troppo tardi. L’Italia è l’unico Paese della Terra in cui può essere sconsigliabile girare con la bandiera italiana. Un simbolo senza pace, ma che ci rappresenta ancora come popolo e come Istituzioni... Il federalismo... chiedete a una persona qualunque, un amico, un parente, in cosa consiste? I piemontesi sono piemontesi, i lombardi sono lombardi e i veneti sono veneti e, ognuno di loro, è anche italiano». Insomma, non il pensiero di chi crede nella secessione o nel principio dell’autodeterminazione. Ma le parole e i pensieri  di Grillo, proprio come un tricolore appeso ad un pennone, cambiano in base al vento. O alle parole di Napolitano. Siamo a ottobre dell'anno successivo. Il Capo dello Stato  delizia il Paese con un’altra delle sue sparate contro la voglia di indipendenza dei popoli della penisola. Grillo, per puro spirito di contrapposizione, lo attacca: «L’Unità d’Italia è avvenuta con una feroce guerra di occupazione del Sud da parte dell’esercito sabaudo con un milione di morti e milioni di emigranti. La cassa dei Borboni, uno Stato legittimo, venne trasferita a Torino. Le mafie si svilupparono dopo l’Unità. Perché Napolitano non lo ricorda? L'annessione del Sud avvenne nel sangue di patrioti chiamati briganti. E’ Storia, forse è meglio ricordarla se vogliamo veramente guardare avanti».
Parla, ma non fa. Comizia, ma non agisce. Come sull’Euro, dove i suoi balletti sono continui. Ad aprile del 2012 Grillo  scrive sul suo blog: «Quando si mette in discussione l’euro, la reazione indignata e corale è “Non possiamo uscire dall'Europa”, come se l’Europa si identificasse con l’euro. Si può rimanere tranquillamente nella Ue senza rinunciare alla propria moneta».  Concetto ribadito durante lo tsunami tour, in vista delle politiche dell’anno scorso. A fine febbraio però, subito dopo il successo elettorale. Mauro Gallegati, professore di economia ad Ancona e consigliere economico del comico genovese (ora probabile candidato nelle liste di estrema sinistra alle europee), intervistato da Stefano Feltri per il Fatto Quotidiano, smentisce tutto: «Non ho capito come si è diffusa questa idea. Uscire dall’euro vuol dire impoverire la nazione di almeno il 30% da un giorno all’altro. Non gli ho mai sentito dire una cosa simile. La sua posizione è più del tipo: “Invece che calare tutto dall’alto, meglio farlo maturare dal basso”». Ulteriore cambio di direzione nell'intervista rilasciata a giugno direttamente da Grillo al più importante quotidiano svizzero, TagesAnzeiger. «L’Europa - affermava  - è stata fondata sul principio di sussidiarietà, ma la Grecia è stata abbandonata. L’Ue è solo un motore della Germania. L’Italia è il terzo finanziatore di Bruxelles, ed ha il diritto di esprimere le sue posizioni, per esempio sull’immigrazione, senza timori di essere definiti fascisti o razzisti (e anche su questo argomento non si contano più le giravolte dei grillini, ndr). Non si può lasciare da solo il nostro paese su questo tema». Pochi giorni dopo uno studio di una settantina di pagina elaborato da un gruppo denominato Economia 5 Stelle, composto anche da parlamentari grillini, spiegava, tra le altre cose, il senso dell’uscita dalla moneta unica.  In piena estate, ennesima giravolta.  Intervistato da Stephan Faris di Bloomberg Businessweek, l'ex comico indicava come una priorità la rinegoziazione del debito ma evita di rispondere sul voto nel caso di referendum sull’euro.  Al VDay di Genova, a dicembre, Grillo ricambia idea e si dice favorevole ad un referendum per l’uscita dall’euro. Contemporaneamente però propone l’istituzione di eurobond, che presuppongono una moneta unica. Il dubbio è che con Grillo si possa percorrere un percorso assieme solo nei giorni pari. Perché in quelli dispari dice esattamente l’opposto.
Di Igor Iezzi