martedì 24 giugno 2014

«Poliziotti e marinai a rischio contagi dai clandestini»


Il segretario del Sap, Tonelli, visita i centri di accoglienza in Sicilia: unica protezione, una mascherina.
Nessun controllo sanitario efficace sulle migliaia di clandestini che ogni giorno sbarcano in Italia. E nessuna, autentica protezione per il personale di polizia, ma anche della Marina e dei centri di accoglienza, contro i rischi di contrarre malattie. Gianni Tonelli, segretario generale del Sindacato autonomo di polizia (Sap), ieri era in Sicilia per verificare di persona la situazione. E per denunciare un problema che investe l’intera comunità nazionale. Un problema che non è solo di sicurezza e sanitario, ma anche di mancata informazione.«Il premier dovrebbe mandare qua una persona di fiducia per una settimana per capire come stanno le cose - esorta Tonelli -. Secondo me non è stato informato correttamente, come non lo ero io finché stavo a Roma. Il circuito mediatico, non so se per interesse o superficialità, non fa filtrare la realtà. E la gente non la conosce». Una realtà che lo stesso Tonelli ha toccato con mano, in tre centri per immigrati dell’isola.
«È stato illuminante. Fra gli immigrati c’è chi sa cosa deve fare, mentre il 30% vuole solo fuggire. Le persone scaricate dalle navi vengono sottoposte a un controllo del medico, presente solo 8 ore al giorno, per un esame “obbiettivo” sommario, cioè senza nessun controllo strumentale né tantomeno esami del sangue. Ho stretto la mano ad un bambino affetto da tubercolosi, che si trasmette all’interno di ambienti chiusi, e qui ci sono cameroni con persone stipate come bestie. La scabbia è molto frequente, c’è stato qualche caso di meningite. Ma un esame “obbiettivo” non riscontra in alcun modo gran parte delle malattie».
A Pozzallo (Ragusa) il Centro di primo soccorso e accoglienza ospita 200 immigrati (su 400 posti potenziali), soprattutto giovani in attesa del riconoscimento dello status di esiliati politici. Ai dieci poliziotti in servizio sono state date, come precauzione, «mascherine che fanno ridere - lamenta Tonelli -, non fermano nemmeno le polveri grosse, figuriamoci gli agenti patogeni. Una presa in giro», taglia corto.
A Caltagirone (Catania) i richiedenti asilo sono 150 (su 250 posti), affidati a una cooperativa e senza alcun presidio di polizia. Risultato: la metà sono già fuggiti. Ma la situazione peggiore è al Cara di Mineo, ancora nel Catanese, dove 4 mila persone, «anche di etnie diverse atavicamente in conflitto fra loro», sono gestite da appena 20 agenti. «Basta un attimo per far volare colli di bottiglia o coltellate. Anche qui, per garantire sicurezza occorrono soldi e più operatori».
Ma Tonelli lamenta altri problemi. «Le prefetture non sanno quanti immigrati devono accogliere perché manca un sistema informatizzato come può essere quello di un hotel, una stupidata. Ed è assurdo che le persone identificate in italia e poi fermate, poniamo, in Germania, vengano rispedite nel Paese dove sono state identificate. Molti non si fanno identificare proprio perché non vogliono fermarsi qui». Soluzioni? «La prima cosa da fare sarebbe pestare davvero i piedi in Europa e pretendere corridoi umanitari. E poi sposterei alle frontiere con gli altri Paesi i centri che trattengono per mesi le persone in attesa di asilo politico: finché stanno in Sicilia, quelli se ne fregano».
Giovedì scorso i sindacati di polizia hanno incontrato il vice capo vicario della polizia, Alessandro Marangoni, e il direttore centrale di Sanità, Giovanni Cuomo. «Un incontro molto deludente - sbotta Tonelli -. Che garanzie può dare sotto il profilo sanitario un esame non strumentale su una nave che trasporta duemila persone per volta?».
Andrea Accorsi

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