giovedì 31 ottobre 2013

Halloween? No grazie, mejo la Suca baruca


Non diversamente da altre feste profondamente radicate nelle culture antiche e intimamente connesse ai cicli vitali della natura  anche Halloween ha subito una sorta di plagio, una trasformazione, quasi un depotenziamento se non censura della sua carica e forza, che l’ha mutata profondamente facendola diventare una sorta di carnevalata divertente per bambini o spunto per un neopaganesimo privo di stimoli e idee.  Ciò che lascia perplessi di questa festa non è infatti l’antico rituale legato probabilmente ai culti celtici pre-cristiani, così profondamente radicati da spingere la Chiesa a spostare già nel IX secolo la festività dei Santi da maggio al 1 novembre e a far seguire a questa anche il giorno dedicato ai Defunti, quanto  la gazzarra di una mascherata autunnale che sembra un inno alla religione consumista esportata e imposta dagli Usa. Halloween è, in questo senso, uno dei riflessi di quel processo di omogeneizzazione di gusti e pensieri, stili di vita e abitudini che sembra segnare la globalizzazione o, meglio, la  macdonaldizzazione del mondo, con maggiore  o minore intensità a seconda dei luoghi. In Italia la macdonaldizzazione, e la trasformazione antropologica del cittadino in mero consumatore,  non è di certo fatto degli ultimi decenni.  E a proposito di questo consumismo, già Pasolini aveva colto nel segno notando come l’impianto centralistico dello stato fosse funzionale ad un progetto di sviluppo estraneo alla nostra storia e tradizione; il centralismo statale, secondo Pasolini,   “ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha imposto cioè... i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane”.
Rifiutare la carnevalata di Halloween? Yes, we can e lo possiamo fare mantenendo lo spirito della festa di Ognissanti e dunque l’anima originale della tradizione celtica.   Rovesciamo il tavolo del gioco, riappropriamoci della festa  senza dover rendere nulla alle stravaganze statunitensi.  E non sarebbe la prima volta che noi veneti ci appropriamo di qualcosa che arriva dall’altra parte dell’Oceano per creare qualcosa di originale, di nostro: la Mosa, ad esempio, crema di zucca cotta nel latte e addensata con farina di mais, è  fatta partendo da prodotti del Nuovo Mondo che la nostra tradizione ha saputo rileggere e reinterpretare.
Possiamo ripartire, coniugando l’alta cultura con quella popolare,  da “Zucca barucca, barucca calda” con cui Canocchia   cerca di attirare gli avventori nel  primo atto delle  “Baruffe chiozzotte “ di Carlo Goldoni in cui sarà proprio la fetta di zucca barucca calda  offerta da Toffolo,  Marmottina,  a Lucietta, promessa sposa a Titta-Nane,  innescare incomprensioni e litigi.
La Suca barucca è prodotto per eccellenza di Ciosa, Chioggia, come della Saccisica, Piove di Sacco,  dove si celebra la Suca col mocolò impissà.  Insomma, motivi per festeggiare Ognissanti e l’inizio della fase finale del contratto agricolo che da noi scadeva a san Martino, ce ne sono e non sono pochi senza dover pagare lo scotto all’omogeneizzazione culturale e alla macdonaldizzazione.
di Roberto Ciambetti

mercoledì 30 ottobre 2013

Pd: si allarga lo scandalo brogli: Le reti sociali sono intasate di proteste dei militanti

Ha un bel coraggio Davide Zoggia, capo dell'organizzazione Pd, a dire che le irregolarità nel tesseramento «si contano sulle dita di due mani». Le segnalazioni si moltiplicano, come il congresso sospeso a Rovigo. Le reti sociali sono intasate di proteste dei militanti. Perfino Matteo Renzi ha ammesso che il problema esiste: «Possono gonfiare quello che vogliono - ha detto - ma non si elegge così il segretario, se anche tra gli iscritti vincesse Paolo Bianchi, poi dipende dalle primarie. Il segretario del Pd non lo eleggono i tesserati più o meno gonfiati ma i cittadini che l'8 dicembre vanno a votare».
A Torino la polemica è rovente. Il senatore Stefano Esposito, dopo l'intervista di ieri al Giornale, rincara: «Il nuovo nel Pd è fare tessere a pacchi, io non intendo adeguarmi, meglio perdere che diventare come questi». Aggiunge Fortunata Patrizia Chirico, segretaria del circolo Torino 6 (Barriera di Milano-Falchera): «Negli ultimi 8 giorni abbiamo avuto 114 nuovi iscritti, ma andavano talmente di fretta che 32 hanno dimenticato di lasciare il telefono o la mail». Per Fausto Sorino «in questi giorni sembra di essere a Sarajevo negli anni '90».
Mario Sechi, coordinatore torinese di Sinistra in rete, scrive sul suo blog di aver visto «le espressioni esterrefatte dei militanti di fronte alla code di perfetti sconosciuti giunti in comitiva per iscriversi e per votare. Poveri cristi, mandati lì dal capo bastone locale per ricambiare un qualche favore» ai quali ogni tanto scappava qualcosa: «Dal “io non so nulla, mi ha mandato qui il mio datore di lavoro”, al “Ma davvero per votare devo pagare?”, fino al più disarmante, “Ma io non sapevo di dovermi iscrivere al partito, io devo votare questi due qui” mostrando due nomi scritti su pizzini, uno giallo e uno rosa».
Racconta Paolo Berger, di Venaria Reale di un tizio che voleva votare: «Dopo pochi attimi esce dicendo: “Minchia, ma non mi avevano detto che dovevo pagare 15 euro!” e si dirige deciso verso il consigliere comunale e provinciale Salvino Ippolito». I due «fanno due passi distensivi fin dietro a un camper in sosta, ricompaiono molto più rilassati, e il tizio con 15 euro in mano può finalmente recarsi a compiere il suo dovere da vero simpatizzante Pd». Daniela Pistillo, responsabile del Forum immigrazione Pd di Milano, censura il mercato delle tessere scontate che «tolgono risorse ai circoli che, a parole, si dice di voler valorizzare. Ma che razza di partito siamo diventati?». E per Zoggia fa sapere: «L'ho già proposto per il Tso».
Nel circolo Trastevere di Roma si sono levate forti proteste. Dice Rosamaria Rinaldi: «La mancanza di ogni filtro nell'accogliere l'appoggio e i voti del primo che passa favorisce il verificarsi di episodi vergognosi». Claudia Mariotti è indignata: «Un capolista si è iscritto al circolo soltanto due giorni fa». Andrea De Filippis svela: «L'ottimo risultato di Tobia Zevi è avvenuto grazie all'iscrizione all'ultimo minuto di una cinquantina di “giovani” renziani. Complimenti».
In Sicilia Maria Laura Maggiore ha lasciato la segreteria della sezione di Bagheria dopo aver saputo «delle liti interne, dei tesseramenti gonfiati, dei congressi invalidati e soprattutto di provvedimenti contrari ai principi e ai valori» del Pd. Sonia Sirizzotti scrive così sulla bacheca Facebook di Roberto Morassut: «Nei circoli non si discute di politica e si verificano irregolarità. Questo non può essere il Pd». 
di Stefano Filippi (Giornale)

Schio: cittadinanza onoraria ai figli degli stranieri. La maggioranza ha fatto un errore grossolano. Peccano sempre di arroganza

La cittadinanza onoraria ai figli degli extracomunitari non si deciderà questa sera. Il Consiglio rinvia la questione in prima e quarta Commissione (Affari Generali e Sociale) e pur di raggiungere il suo obiettivo la maggioranza si dice intenzionata a cambiare lo Statuto, che è in contrasto con la proposta. E’ un Consiglio Comunale al fulmicotone quello che si sta svolgendo a Schio e che ha portato minoranza e maggioranza a discutere fino a sospendere il punto 6 dell’Ordine del Giorno: il conferimento della cittadinanza onoraria ai figli degli extracomunitari. Le 2 ali del Comune si sono spaccate nettamente sull’argomento, che da giorni si discute ovunque, dal bar sotto casa al bagno dell’ufficio.
‘Mi chiedevo – ha detto Luigi Santi, Gruppo Misto – se avrebbero avuto o no il coraggio di andare fino in fondo. Si sono resi conto di essere andati contro lo Statuto pur di fare come volevano e hanno dovuto accettare di non discutere la questione questa sera. Io nel frattempo ho fatto un emendamento, che significa che prima di discutere la delibera si doveva discutere l’emendamento. Poi però l’ho ritirato, con il beneficio di discuterlo in Commissione. L’emendamento si snoda su 5 punti e sottolinea che può anche andare bene la cittadinanza onoraria ai figli degli extracomunitari, ma a patto che ci siano dei parametri che indicano il requisito minimo che gli stranieri devono dimostrare di avere per manifestare la loro effettiva intenzione di integrarsi’. Secondo Santi è fondamentale che i genitori dei bambini in questione siano una coppia legalizzata dalla legge, che abbiano un reddito, che siano cittadini italiani, che risiedano a Schio da almeno 5 anni e che i bambini siano a pieno regime di frequenza con la scuola. ‘se mancano questi presupposti – ha sottolineato santi – significa che la famiglia straniera non ha nessuna intenzione di entrare a far parte della nostra comunità’. L’oggetto in questione verrà discusso in prima e quarta commissione e pur di ottenere il risultato desiderato la maggioranza si è detta intenzionata a modificare lo Statuto Comunale. ‘Una follia – ha commentato Alessandro Gori della Lega Nord – la maggioranza si è resa conto di aver fatto un errore grossolano. Peccano sempre di arroganza. Noi siamo assolutamente contrari al conferimento della cittadinanza onoraria ai figli degli extracomunitari perché è un’onoreficenza che si attribuisce in casi di merito e non per il semplice fatto di essere nati in un posto. Questa amministrazione – ha concluso – critica chi non rispetta e poi in realtà è la prima a violare la legge’.
Nell’attesa di sapere se o quando i minori di Schio avranno gli onori della comunità, riportiamo i commenti di alcuni cittadini che si  sono espressi sull’argomento.
Per Marco Pettinà, imprenditore e scrittore scledense di 39 anni, la cittadinanza onoraria regalata solo per motivi di nascita è un concetto superfluo e inutile. ‘Se fosse una cosa che gli extracomunitari chiedono perché stanno soffrendo di qualche mancanza di tutela – ha commentato – allora bisognerebbe valutarne i pro e gli eventuali contro e discutere la questione. Ma non capisco perché si voglia risolvere un problema che non c’è.
Alessandra Rumere, 43 anni, impiegata, ha spiegato: ‘Se ci fosse un caso di emergenza scolastica o sanitaria per i figli degli extracomunitari, lo potrei anche capire. Ma non è assolutamente così perché la legge nazionale garantisce ai bambini stranieri tutela pari a quelli italiani. Io sono a favore del Sociale ma in questo caso non vedo proprio la necessità sociale di fare un gesto che va contro la legge e che fa sembrare i minori italiani dei soggetti di serie B rispetto agli stranieri’.
Secondo Ivana Zocca, 45 anni, imprenditrice, non c’è nessun nesso umanitario o di beneficio nel dare la cittadinanza onoraria ai figli di extracomunitari. ‘Come cittadina italiana e come donna residente a Schio – ha sottolineato – mi sento fortemente presa in giro dalla nostra amministrazione. Io credo si tratti solamente di una manovra politica per ottenere cinquemila voti alle elezioni. Il titolo in questione dovrebbe essere dato per merito a chi ha saputo eccellere. Anche i nostri figli dovrebbero ricevere la cittadinanza onoraria. Ci sono famiglie italiane che vivono nella precarietà, nell’impossibilità di far studiare i figli se non addirittura di farli mangiare. Perché non cercare di migliorare queste famiglie e poi di conseguenza aiutare gli extracomunitari? Perché non cercare i voti dei cittadini italiani?
Sonia Dal Bosco, 58 anni, operaia, ha detto: ‘Sono una mamma e per me i minori vanno al primo posto. Ma non vedo nessun caso di emergenza che giustifichi queste perdite di tempo e di energia, Ci sono discorsi ben più seri ed urgenti da affrontare, anche perché se non esiste una rete economica, con che cosa si sostengono le spese del Sociale?’
La questione è stata sottoposta al vaglio anche ai presidenti di categoria Confartigianato e Ascom di Schio, perché quando si parla dell’argomento ‘cittadinanza agli stranieri’ a Schio la risposta degli intervistati porta sempre alla stessa domanda: ‘Perché l’amministrazione spende le sue energie su questo tema invece di rimboccarsi le maniche per dare una mano ai suoi cittadini e alla situazione lavorativa che peggiora ogni giorno di più?’
‘Ci sono priorità più importanti in questo momento – ha commentato Nerio dalla Vecchia, presidente Confartigianato di Schio – e devono coinvolgere anche gli italiani. Senza economia non ci si può permettere di essere solidali. Per essere solidali bisogna prima salvaguardare l’economia, che è la base per sostenere il Sociale’.
Anche secondo Guido Xoccato, presidente Ascom di Schio, la questione non è così urgente. ‘La necessità è far ripartire l’economia locale (e poi nazionale) – ha commentato – Se il Comune vuole portare avanti questo tema è libero di farlo ma non è una priorità evidente. Si stanno facendo le corse per decidere su un argomento che è delicato e andrebbe discusso e valutato cin un ragionamento approfondito e studiato’. 
Anna Bianchini (ThieneOnLine)

lunedì 28 ottobre 2013

I saldi del Pd al mercato delle tessere

Saranno quindici, trenta oppure cinquanta? Quando si tratta di tessere sembra proprio che il Pd si sia messo a dare i numeri. In soli quattro anni i tesserati al partito si sono dimezzati e gli esponenti dell’ “Italia Giusta” hanno optato per l’unica cosa “giusta” da fare. I saldi. Dopotutto, come aveva detto la parlamentare Luisa Bossa: «Si vince aumentando le tessere» e nessuno può resistere al richiamo del 50% di sconto. Così è accaduto che, in alcuni circoli di Milano, venisse applicato un prezzo di favore pari a 15 euro, una «promozione della partecipazione» che in soli due giorni ha fatto notevolmente aumentare il numero degli iscritti. Colpa della circolare Zoggia, oggetto delle interpretazioni più svariate.
Però, a pensarci bene, anche quindici euro sono tantini. A Torino il Pd si è fatto più furbo. Bastava andare in uno dei circoli, svoltare l’angolo ed ecco un signore pronto a darvi le banconote necessarie ad effettuare l’iscrizione. Che i saldi al 50% saranno allettanti, ma una tessera completamente gratuita è semplicemente irresistibile. Così in un solo giorno hanno votato – previo tesseramento – ben 111 persone, arrivate in quel luogo senza neanche sapere perché, ma con i soldi tra le mani e – si vocifera – un nome preciso da votare. Il fenomeno del tesseramento last-minute. La nuova frontiera del cammellaggio. Venghino signori, venghino. L’”Italia Giusta” ha giusto giusto una lezione di correttezza e trasparenza da impartirvi.
Ma per un David Gentili ed uno Stefano Esposito che decidono di denunciare (attraverso il social network, facebook) la scorrettezza ci sono centinaia di votanti che difendono il nuovo metodo di reclutamento. 500 persone in più non sono affatto poche, che siano arrivate per gli sconti di fine stagione poco importa. Cosa non si fa per non affondare. E noi che pensavamo che i saldi si limitassero ad acquisti compulsivi di cui pentirsi appena ritornati a casa. L’”Italia Giusta” sa quando è il momento “giusto” per svendersi.
di Mariella Baroli (L'Intraprendente)

domenica 27 ottobre 2013

«Il Nord ha capito: per non morire di tasse rivendica autonomia»


Il professor Stefano Bruno Galli commenta il sondaggio secondo cui tre cittadini settentrionali su quattro si sentono discriminati: «Risentimento proporzionale al menefreghismo del governo».
Al Nord tre cittadini su quattro si sentono abbandonati dallo Stato. A indicarlo è un sondaggio Swg, secondo cui il 36% è «assolutamente d’accordo» che «il Nord sia discriminato rispetto al Sud» e il 39% «abbastanza d’accordo». Complessivamente fa appunto il 75%, dato che si confronta con il 63% dell’ultima rilevazione di questo tipo effettuata dall’istituto demoscopico nello scorso aprile. «Aumenta la consapevolezza che il Nord deve perseguire autonomia politica e amministrativa», commenta Stefano  Bruno Galli, Professore di Storia delle Dottrine Politiche  all’Università Statale di Milano e capogruppo della lista Maroni Presidente al Consiglio regionale lombardo. 
Professor Galli, un numero crescente di cittadini del Nord si sente discriminato.
«Il risultato non mi stupisce. Ho partecipato recentemente a un incontro sull’argomento con Massimo Cacciari e Sergio Chiamparino e il dibattito è stato preceduto da un sondaggio dello stesso tenore. Ora si può dire che il diffuso risentimento del Nord si è consolidato. Il fatto poi che nel giro di un anno ci sia stato un aumento di dieci punti ci indica che il consolidamento è forte».
Cosa è accaduto?
«Il governo continua a ignorare la questione settentrionale. E il risentimento è proporzionale al tasso di menefreghismo, per così dire,  del governo.  Ma se dal Nord arriva poco più del 50% del Pil nazionale e 60 miliardi di trasferimenti allo Stato centrale che vengono poi redistribuiti al resto del Paese, allora significa che c’è un problema politica vero. In altre parole se il Nord sospendesse per un mese i trasferimenti allo Stato, questo andrebbe in default».
La crisi ha aumentato il senso di abbandono?
«Lo ha evidenziato. Il sistema produttivo del Nord è all’avanguardia dell’intera Europa, ma sta morendo di fiscalità. E questo ha un riverbero sulle nuove imprese, su quelle che già ci sono, sull’occupazione giovanile. Gli imprenditori per pagare gli stipendi devono erodere il loro patrimonio. Lo Stato invece spende il 54% del Pil per mantenere se stesso, in gran parte spesa improduttiva».
Come si affronta la questione settentrionale?
«Oggi, per prima cosa, sbloccando il patto di stabilità, poiché penalizza i Comuni virtuosi che sono concentrati al Nord. Diciamo che questo è il problema a rientro più immediato. Abbiamo anche dato mandato al nostro governatore, Roberto Maroni, di provare a regionalizzare il patto di stabilità. Un altro sondaggio, di recente, indicava due priorità. La prima è regionalizzare il debito pubblico, poiché chi meno vi ha contribuito ha meno obbligazioni nei confronti dello Stato. L’altro è parametrare gli stipendi al costo della vita».
Quali potrebbero essere le conseguenze della montante insofferenza da parte dei cittadini del Nord?
«Alimentare una consapevolezza che questo rancore si possa trasformare politicamente. Il Nord può e deve ambire a una maggiore autonomia politica e amministrativa, che è il preludio a soluzioni più drastiche. In Regione siamo molto attenti a questo stato delle cose. Ecco il perché della regionalizzazione del patto di stabilità o di provvedimenti come lo stanziamento di 1 miliardo per sostenere le piccole e medie imprese».
Sempre oggi un altro sondaggio Swg registra l’ulteriore crescita della Lega, che raccoglierebbe il 5,6% dei consensi dal 5,5% della settimana scorsa e contro il 4,1% rimediato alle ultime elezioni politiche.
«Si tratta di una ripartenza significativa, dovuta in parte al problema dell’immigrazione perché la gente chiede sicurezza, ma soprattutto alla consapevolezza che il  Nord deve perseguire autonomia politica e amministrativa.  E lo deve fare non arroccandosi nel suo fortino padano-alpino, ma guardando all’Europa centrale, per riscoprire la sua storica vocazione e trovare gli strumenti per essere competitivo nel momento della crisi».
Alessandro Bonini


Maroni: "Rai a Milano o non paghiamo il canone"

Per il presidente lombardo, viale Mazzini deve investire sul centro di produzione meneghino in vista dell'Expo. Altrimenti...
La Rai deve investire sul centro di produzione di Milano in vista dell'Expo 2015 altrimenti dalla Lombardia arriverà un segnale forte. I cittadini milanesi non pagheranno il canone. L'avvertimento è del presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, che questa mattina parteciperà ad un incontro con il direttore generale della Rai, Luigi Gubitosi promosso a Milano proprio per fare il punto sul canale Rai dedicato all'Expo e sui futuri investimenti della tv di Stato su Milano. "Chiederò a Gubitosi - ha anticipato Maroni - di portare a Milano il gruppo di lavoro sull'Expo, perchè l'Expo è a Milano e non a Roma". Inoltre, secondo il governatore lombardo, "bisogna investire nel centro produzione Rai di Milano. A Milano ci sono tante professionalità e la Rai deve dare garanzia di investire. Regione Lombardia è pronta a fare la sua parte. E in caso contrario - è l'aut aut di Maroni - credo ci voglia un segnale forte, per esempio invitare i cittadini milanesi a non pagare il canone".
Nei giorni scorsi il capogruppo Pd in Vigilanza Vinicio Peluffo aveva ricevuto una risposta a un'interrogazione in merito allo spostamento rivolta al presidente Anna Maria Tarantola e al direttore generale Gubitosi. "Gubitosi in audizione in Vigilanza ha assicurato che il centro di produzione milanese sarà  valorizzato in vista di Expo, ma nel documento inviatomi dall'azienda", puntualizza Peluffo,  "quasi non ve n'è traccia". Nel documento, come sottolinea Peluffo "non si dice nulla circa un futuro spostamento nel capoluogo lombardo del coordinamento di Rai Expo, si parla solo genericamente di 'locali già individuati' all'interno della Rai di Milano e ci si limita a dire che Rai Expo utilizzerà le infrastrutture del centro di produzione meneghino di cui verrà implementata la tecnologia: troppo poco. Non solo: si conferma che non c'è ancora nessun impegno della Rai come host broadcaster, ossia come tv principale, di Expo. E' un accordo che sarebbe gravissimo che la Rai non stringesse, sia dal punto di vista del ruolo che le compete in quanto servizio pubblico sia sotto il profilo economico".
da Libero Quotidiano

venerdì 25 ottobre 2013

Schio. Bufera dopo la proposta di cittadinanza onoraria ai nuovi nati stranieri. Lega Nord: "E’ una follia"

Non sono ancora nati  e già vantano gli onori che solitamente vengono destinati a chi si sacrifica per un credo politico o fa una scoperta che rivoluziona la scienza. Questo all’opposizione di Schio proprio non va giù.
‘Un atto altamente simbolico che continua il percorso di attenzione per i figli degli extracomunitari’ secondo il Comune di Schio. ‘Una grandissima fesseria’ per chi non vuole vedere svilire l’onorificenza in nome di un buonismo che si spinge verso limiti sempre più estremi.
L’assessore alla Città dei Bambini Lina Cocco commenta il prossimo passaggio nel Consiglio comunale  (lunedì 28 ottobre) di un ordine del giorno proposto dai gruppi di maggioranza per il “conferimento della cittadinanza onoraria del Comune  ai minori stranieri nati in Italia e residenti a Schio”.
“Questo ordine del giorno è il coerente proseguimento del percorso di attenzione per i bambini che Schio sta portando avanti da anni – spiega l’assessore Cocco - Un assessorato dedicato, il riconoscimento dell’Unicef al sindaco Dalla Via, i tanti progetti attivati, l’attenzione per la scuola: stiamo facendo tanto e ora vogliamo fare qualcosa in più con un atto simbolico che di fatto riconosce a tutti i bambini l’appartenenza alla nostra comunità. Dà loro dignità e lancia un messaggio sulla cittadinanza, che ci era stato chiesto anche dall’Unicef in occasione della Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia dello scorso 20 novembre”.
‘E’ una follia – ha commentato il capogruppo della Lega Nord scledense Andrea Dalla Vecchia – con questo gesto vogliono eludere e scavalcare la legge in nome di un loro obiettivo che non ha nulla a che fare con il bene dei bambini’. Secondo Dalla Vecchia con la cittadinanza onoraria ai figli degli immigrati il Comune punta solo ad ottenere i voti delle loro famiglie alle prossime elezioni. ‘I bambini extracomunitari sono tutelati da leggi al pari dei figli degli italiani – ha sottolineato Dalla Vecchia – per cui non c’è la necessità di conferire la cittadinanza onoraria. La maggioranza si lamenta che Berlusconi e tanti politici del Pdl e della Lega hanno comportamenti contrari alla legge e poi sono i primi loro a fare altrettanto. La cittadinanza onoraria si conferisce per meriti reali. In questo modo il Comune di Schio usa in modo scorretto un’onorificenza che si conferisce e che gratifica chi ha dimostrato un impegno reale e concreto a favore della comunità. Oltretutto è scorretto nei confronti dei cittadini italiani che fanno le stesse cose che fanno i minori stranieri e non ricevono nessuna onoreficenza per farlo. In questo modo – ha  concluso – non si avvicinano stranieri a italiani, anzi, si crea un divario ancora maggiore’.
Anche Luigi Santi (gruppo misto)è sul piede di guerra. ‘La cittadinanza onoraria si conferisce in casi eccezionali e ci sono parametri molto stretti. Qual è il caso eccezionale in questo frangente? Questa è pura strumentalizzazione per tirare acqua al proprio mulino. Dobbiamo imparare dai paesi più evoluti di noi, come Germania o Francia, che non fanno di certo queste sciocchezze. I nostri nonni – ha concluso – hanno combattuto battaglie per la loro patria, hanno versato sangue e lottato con tutte le loro forze. E’ stato tutto inutile?’
Il più agguerrito è  Pietro Bastianello, portavoce di M.R.S. (Movimento autonomo e indipendente per rivoluzionare Schio). ‘Dare la cittadinanza agli stranieri in questo momento di difficoltà e problemi economici di ogni genere sembra una presa in giro e un’offesa nei confronti di tutti i cittadini. L’industria, il commercio, gli artigiani, le scuole, le associazioni sportive, gli operai, i pensionati, i disoccupati e cosa peggiore i disabili, non ricevono alcun aiuto dal comune per mancanza di fondi o con la scusa del patto di stabilità, mentre la cittadinanza agli stranieri è diventata una priorità per la sinistra scledense e le liste che la sostengono con l’aggiunta dei 5 stelle. Un atto vergognoso che nemmeno la carità cristiana dovrebbe tollerare in un periodo in cui non dovrebbero esserci tali differenze tra cittadini. Decidere di aiutare solo una parte precisa di chi abita a Schio, decidendo di danneggiare per forza di cose il restante con tagli e rinunce non può essere considerato aiuto sociale. Sanno di non prendere più voti dagli italiani, per questo si rivolgono agli stranieri’.
Anche Alex Cioni, coordinatore del Pdl di Schio, non usa mezzi termini per commentare la decisione della maggioranza dell’Amministrazione Comunale della sua città: ‘E’ poco onorevole speculare per esigenze politiche sulla pelle dei bambini. Quella che sarà discussa in consiglio comunale è una patacca politica che sortirà l’effetto di svilire il significato della cittadinanza onoraria senza che i bambini stranieri ne ottengano un concreto beneficio. Quella della maggioranza è una vomitevole speculazione politica’. Per Cioni le motivazioni della sinistra a sostegno dello ius soli non rientrano tanto in una generica questione di civiltà e di uguaglianza,  ma molto più semplicemente ‘in un cinico calcolo politico. La sinistra sa bene che gli immigrati che vivono e lavorano nel nostro paese godono delle stesse tutele sociali e degli stessi diritti civili di un italiano. La cittadinanza è una questione congiunta all’identità, ai costumi e alle tradizioni di un popolo. Sarebbe come ritenere che la cittadinanza congolese, marocchina o indiana ha meno valore di quella italiana. E’ razzismo al contrario e per combattere questa decisione del Comune proporrò una raccolta firme per andare contro a questo provvedimento’.
Anna Bianchini (ThieneOnLine)

giovedì 24 ottobre 2013

L'Ue boccia la Bossi-Fini senza leggerla

Nel mirino una norma inesistente che punirebbe chi salva i clandestini. Silenzio sui respingimenti di Spagna e Francia.
A Ceuta la giornata di ieri inizia con un assalto dei migranti africani alle recinzioni che dividono il suolo marocchino dall'enclave spagnola. È il quinto assalto da agosto e tutto fila come di consueto. Un centinaio di disperati in fuga dai vari regni del caos africano si lanciano contro i gendarmi marocchini che presidiano le reti. Come sempre vengono respinti senza complimenti e ricacciati negli accampamenti dove marciscono da mesi. Dall'altra parte della barriera la Guarda Civile spagnola è pronta a «respingere» gli eventuali intrusi penetrati in territorio europeo. Ma di quel che succede a Ceuta, di quei disgraziati ricacciati a suon di botte, al Parlamento di Bruxelles interessa poco. Sul fronte dell'immigrazione ci son altre nazioni da sanzionare, altre condotte da censurare. Ad esempio l'Italia colpevole, a detta dei nostri partner europei, di mantenere in vigore una legge Bossi-Fini che consentirebbe azioni penali contro chi soccorre i clandestini vittime del mare. E così i parlamentari europei chiamati a discutere di flussi migratori nel Mediterraneo si affidano a una risoluzione bipartisan in cui si chiede, tra l'altro, di «modificare o rivedere eventuali normative che infliggono sanzioni a chi presta assistenza in mare».
Il malcelato riferimento alla Bossi-Fini è tanto ovvio quanto cannato. Il comma 2 articolo 2 del testo di legge precisa infatti che le operazioni di soccorso non vanno considerate favoreggiamento. «Abbiamo votato senza impuntarci su quell'errore perché nella sua completezza la mozione parla per la prima volta di condivisione della responsabilità fra stati membri nella gestione degli immigrati e questo per l'Italia è molto importante» - chiarisce Carlo Fidanza eurodeputato tra le fila del Partito Popolare Europeo.
E per capire le prossime tendenze sull'argomento gli eurodeputati potrebbero andare a vedere quel che si muove in Inghilterra. Lì il premier David Cameron e il fido ministro degli interni Theresa May hanno già pronta una legge studiata ad hoc, hanno spiegato, per trasformare la Gran Bretagna in un «terreno ostile» per gli immigrati non in regola. Gli strumenti principali del nuovo progetto di legge a «tolleranza zero» saranno l'individuazione e la caccia serrata ai clandestini seguite da provvedimenti d'immediata espulsione. Per favorire la denuncia dei residenti illegali Cameron e i suoi punteranno sulle delazioni dei padroni di casa. E nella grande caccia al clandestino saranno coinvolte pure le banche costrette a pretendere un certificato di soggiorno prima di concedere l'apertura di nuovo conti correnti agli stranieri. Quanto alle espulsioni saranno immediate e senza troppe possibilità d'appello. La regola principale sarà «prima deportare e poi ascoltare». Per prima cosa dunque gli illegali saranno caricati su un aereo e rimandati in patria. Poi, con comodo, le autorità si riserveranno di valutare le buone ragioni dei respinti e l'eventuale diritto a venir riaccolti sul territorio di Sua Maestà.
L'Italia bersaglio resta comunque un comodo paravento per chi a Bruxelles preferisce ignorare i «respingimenti» di Ceuta, il muro «anti migranti» eretto in Grecia e quello in costruzione in Bulgaria. Ovvero tutti i tappabuchi che trasformano il Mediterraneo e le sponde italiane in un punto di passaggio obbligato.
Ma volendo affrontare l'argomento leggi «discutibili» si potrebbe spendere qualche parola anche sul decreto con cui Madrid ha sospeso l'assistenza sanitaria gratuita a 150mila immigrati irregolari. O dar un'occhiata alla Francia socialista del presidente François Hollande dove, ancor prima di rispedire a casa la zingarella Leonarda, si sbandieravano con orgoglio le espulsioni di 18mila sans papiers nei primi otto mesi dell'anno promettendo di cacciarne 21mila in tutto entro il 31 dicembre.
di Gian Micalessin (Giornale)

mercoledì 23 ottobre 2013

Tari e Tasi, oche e ochi

L’acronimo Tari, coniato per la quota rifiuti della Tarse, come sostantivo è antichissima moneta mediterranea coniata nel Regno di Napoli sino al 1859, mentre Tasi, componente della Tarse per gli immobili, in lingua veneta è seconda persona singolare del verbo tacere declinato all’imperativo. 
Combinando assieme Tari, denaro, e Tasi, si ottiene,  parlando di tasse,  il classico “paga e tasi” e questa è una delle certezze della legge di stabilità del prossimo anno,  in cui i pensionati, a seguito del già avvenuto aumento Iva, nonché degli incrementi  già previsti dalle precedenti leggi di stabilità oltre dalle novità dell’attuale,  dovranno almeno sborsare una settantina di € in più rispetto al 2013: parliamo di  cittadini che nel biennio 2012/2013 hanno lasciato nelle casse pubbliche, per il solo drenaggio fiscale,  qualcosa come 3,6 miliardi di €.  La stangata continua: sarà anche vero che per la prima volta dopo anni non vengono aumentate le tasse, ma  sono in pericolo le detrazioni Irpef e da gennaio si rischia di veder diminuire di un punto percentuale la quota di spese deducibili, che potranno passare dal 19 al 18 per cento per la prossima dichiarazione dei redditi e dal 18 al 17 per cento nel 2015.  Nel frattempo, continua il blocco degli stipendi nella Pubblica amministrazione.
Tutte le forze sociali concordano su un dato: non è con queste misure e miserie che si rilanciano i consumi e si rimette in moto la domanda interna, che langue. La legge di stabilità, purtroppo, sancisce ancora una volta vecchi mali, vecchi vizi: non si fa nulla per incidere negli sprechi.
Al momento a brindare per questa legge sono i banchieri, che otterranno nel prossimo  biennio uno sconto di almeno un miliardo di €  sotto forma di anticipazione delle detrazioni fiscali su Ires e Irap: secondo la Banca Imi l’impatto sull’utile 2015 delle principali banche italiane non sarà inferiore all’11 per cento.  Un altro bel regalo a fronte del quale le banche italiane non sembrano disposte ad allentare i cordoni di quella stretta creditizia che stritola famiglie e imprese. Contraddizioni della legge di stabilità: pochi Euro in tasca ai lavoratori,   nulla ai pensionati, probabili sacrifici ulteriori per buona parte della platea dei contribuenti, ma c’è pur sempre chi guadagna.
Mentre il governo varava la Finanziaria il dottor Giovanni Tomasello, Segretario generale dell’Assemblea Regionale siciliana,  è andato in pensione a 57 anni  con una buonuscita pari a circa un milione e mezzo di € e una pensione minima stimata dalla stampa palermitana attorno ai 12 mila €uro mensili:  non c’è simbolo migliore di quell’Italia di privilegi e privilegiati che non molla l’osso, non cambia e non intende cambiare, mentre il resto del paese è chiamato a incredibili sacrifici.
Purtroppo il  peggio, di questo passo,  deve ancora arrivare per tutti come ben si legge appunto nella legge di stabilità visto che tra le sue righe è celato un aumento di tasse da 20 miliardi di euro in tre anni, a partire dal 2015, compreso il taglio lineare di tutte le agevolazioni fiscali.   Ma questo è il futuro su cui incombe l’incubo del Fiscal compact. Il presente  ci propone un Letta che ripete il motto colbertiano per cui  l’"art de l'imposition consiste à plumer l'oie pour obtenir le plus possible de plumes avec le moins possible de cris", che tradotto, in estrema sintesi,   ci rimanda la nostro Paga e Tasi ( le oche, in questione, non sono, ovviamente, né quella della sagra di Mirano della prossima settimana né quelle starnazzanti del Campidoglio romano: queste ultime devono fare i conti con almeno 867 milioni di deficit, ma sono sicure di salvare le penne. O no?).
di Roberto Ciambetti

Profughi, l'eurotruffa della commissaria

Cita dati fuorvianti sulle richieste d'asilo, sbandiera i fondi elargiti (coi nostri soldi) e poi conclude: "Arrangiatevi".
A legger l'intervista di ieri al Corriere della Sera di Cecilia Malmstrom vien da chiedersi «ci è?» o «ci fa?». O meglio la Commissaria agli affari interni dell'Unione Europea cerca scientemente di fregarci o proprio non c'arriva?
L'attenuante dell'incapacità d'intendere e volere mal s'adatta però a una signora che mastica pane e politica da quand'era ventenne, comunica in sette lingue, tra cui l'italiano, e sbriga questioni europee da un ventennio. Dunque c'è da propendere per il dolo. Un dolo sfrontato e palese, reiterato in almeno in tre passaggi dell'intervista. Un dolo rimodulato solo quando il ministro dell'interno Angelino Alfano la costringe a rimangiarsi le proprie dichiarazioni ribadendo con determinazione l'indisponibilità italiana ad «accettare compromessi al ribasso» nel corso del Consiglio europeo al via domani a Bruxelles. Dichiarazioni ribadite anche da Letta che all'Ue ha chiesto «atti immediati», a cui la commissaria ha replicato con un vago: «Noto una convergenza tra le proposte italiane e quelle di Bruxelles». Purtroppo per Cecilia però verba volant e scripta manent.
Partiamo dunque dalla risposta in cui ci rimprovera la cattiva gestione dei fondi per 614 milioni di euro assegnatici dalla Ue per gestire i flussi migratori e i confini. Quei soldi, al contrario di quel che insinua Cecilia, l'Italia non li ruba e non li elemosina. Sono in gran parte soldi nostri visto che anche nel 2011, all'apice della crisi, il Belpaese ha versato nelle casse dell'unione 16, 1 miliardi di euro, aggiudicandosi il titolo di principale contribuente netto. O meglio di grande Pantalone costretto a pagare in cambio di poco o nulla visto che la differenza tra il pagato e il ricevuto è nel 2011 di ben sei miliardi.
Problemucci che la Svezia di Cecilia, così fraterna con gli immigrati, manco si sogna potendosi permettere il lusso di versare all'Europa sei volte meno. Prima di rimproverarci la gestione dei soldi - restituitici dall'Europa in cambio di una bella cresta - la maestrina Malmstrom dovrebbe dunque controllare chi paga il suo stipendio. E farci capire chi finanzia la sua malafede. A legger l' intervista l'Italia non dovrebbe manco permettersi di chiedere al Consiglio Europeo la revisione delle regole che c'impediscono di ridistribuire i profughi negli altri paesi membri.
A sentir lei dovremmo tenerci tutti i disgraziati ripescati nel sud del Mediterraneo. Anche se nel frattempo i muri eretti in Grecia e progettati in Bulgaria trasformano il Mediterraneo nell'unica porta d'accesso al vecchio continente. Anche se le nostre navi sono le uniche a salvare le vittime degli «orribili eventi» che tanto turbano la sensibile Cecilia. E il nostro governo è l'unico ad aver pronta una missione ad hoc per salvarle.
Ma a Cecilia poco importa perché nel suo mazzo c'è un asso per ogni plagio. Per condannarci ad ultima spiaggia paragona le sole 15.700 richieste d'asilo ricevute nel 2012 con le 75mila della Germania, le 60mila della Francia e le 44mila della Svezia. Peccato che solo un anno prima l'Italia ne abbia ricevute 37.350 posizionandosi al quarto posto dopo Stati Uniti (99400), Francia (51.900 e Germania(45.700).
Ma l'evidenza della malafede del Commissario Malmstrom emerge dall'esame dei dati Eurostat del secondo trimestre 2013. In quel periodo la Germania ha respinto il 61% delle 15.455 richieste concedendo 10.350 asili e bloccandone 5.105. La Francia ha respinto l'81% delle 14.955 richieste. La Svezia ne ha negato il 51% su 11.610.
L'Italia ha invece concluso 6.820 istruttorie accogliendone 3.685 con una percentuale positiva del 54%, ben superiore cioè al 49% di pareri favorevoli emessi nella generosa terra natale della signora Malmstrom. Una che se fosse nata a Napoli avrebbero già ribattezzato Cecilia u' mariuol.
di Gian Micalessin (Giornale)

lunedì 21 ottobre 2013

Obama c’ha promosso Letta. C’è da esser terrorizzati.

Lo ha detto Barack Obama: «L’Italia è nella giusta direzione». Allora prepariamoci al peggio. Perché proprio ieri, con un accordo dell’ultimo minuto, Obama ha evitato che il suo Paese finisse in default. E non lo ha evitato introducendo riforme nell’economia, risanando i conti a tempo record. No: ha semplicemente ottenuto dall’opposizione un voto di compromesso per innalzare il “tetto del debito”, almeno provvisoriamente. In pratica: per evitare di chiamare ufficialmente “default” il default. Il debito pubblico americano ammonta alla cifra record di 16.700 miliardi di dollari. Gli ultimi 6.700 miliardi di dollari li ha aggiunti Obama, nei suoi quattro anni e mezzo di amministrazione. In rapporto al Pil, nello stesso lasso di tempo, il debito Usa è passato dall’essere il 70% (nell’ultimo anno dell’era Bush) al 101% attuale. L’Italia, non solo è “nella giusta direzione”, ma ha battuto il maestro. Il nostro debito pubblico ha superato la soglia record dei 2mila miliardi di euro. Ed in rapporto al Pil è pari al 127%. Oggi come oggi, ogni cittadino italiano deve ripagare 34.630 euro. Una bella spesa, soprattutto quando il lavoro (e gli stipendi) scarseggiano.
A proposito di lavoro, Barack Obama continua a governare sul record di disoccupazione nella storia degli Usa del dopoguerra. I dati più aggiornati sui senza lavoro stentano ad arrivare, la pubblicazione delle statistiche è stata rimandata il 4 ottobre scorso. Gli ultimi numeri parlano di un 7,3% ad agosto, in calo rispetto al 7,9% dell’inizio dell’anno. Ad ottobre, grazie allo scherzo dello “shutdown” potrebbe essere aumentata di nuovo e già si registra un aumento di richieste di sussidi di disoccupazione. Ma, giusto per rendere l’idea, durante l’amministrazione Bush il tasso di disoccupazione era mediamente del 5%. Per trovare una cifra così alta occorre tornare indietro nel tempo fino agli anni della crisi dei primi anni ’80, che raggiunse il picco nel 1982. Però c’era Reagan e il presidente repubblicano, dal 1983 in poi, con le sue ricette di “liberismo selvaggio” riuscì ad abbassare quel tasso di disoccupazione di 1 punto percentuale all’anno, costantemente. Con Obama, invece, in cinque anni, la disoccupazione è calata di 2 punti. Sotto il presidente progressista, gli americani restano senza lavoro. Anche da questo punto di vista, gli italiani hanno battuto il maestro: abbiamo il 12,2% di disoccupati (dato di agosto). E siamo in costante e rapido peggioramento.
Anche in termini di controllo fiscale, l’Irs (equivalente Usa dell’Agenzia delle Entrate) americano si limita a spiare i membri del Tea Party e di altri movimenti conservatori. Da noi, l’Agenzia delle Entrate è molto più equa: tutti i nostri conti in banca sono dei libri aperti per il fisco, indipendentemente dalla nostra appartenenza politica. Non solo sanno quanto preleviamo in banca, ma addirittura perché lo facciamo. Se Obama ha alzato la pressione fiscale fino al 35% (aliquota massima per individui e imprese), da noi la pressione nominale è 10 punti in più. E quella reale, stando alle stime più ottimiste, di 20 punti in più.
In conclusione: Obama è un dilettante. Visti i dati di debito pubblico, fisco e disoccupazione, c’è da pensare che il presidente americano abbia tutto da imparare dai governi tecnici italiani. Semmai era Letta che avrebbe dovuto dire: “L’America è nella giusta direzione”, quella del maggior debito, delle tasse più alte e della disoccupazione cronica.
Ma c’è almeno una lezione che Letta promette di imparare replicare anche in Italia: «Siamo pronti anche in Europa ad affrontare e combattere i movimenti populisti antieuropei, i Tea Party di casa nostra». Considerando i metodi impiegati dall’Irs per spiare i membri dei Tea Party americani, consiglierei ai membri del Tea Party Italia di rafforzare meglio la loro privacy.
di Stefano Magni (L'Intraprendente)

E adesso cacciamo dalla Rai la macchina da guerra rossa

La tv di Stato non deve più essere identificata con comici e conduttori di sinistra come Fazio, Crozza, Benigni e Littizzetto: star che pretendono compensi da nababbi.
Senza vergogna. Se uno chiede trasparenza sui compensi di Crozza, Fazio, Benigni, Littizzetto, ecco che viene subito accusato di voler distruggere la Rai per favorire Mediaset. Come se loro rappresentassero la Rai. Spudorati e indecenti, soprattutto dalle parti di Repubblica. Ma perfetto segno del degrado culturale, esistenziale e politico in cui è precipitata la sinistra.
C'è una parola tratta dal linguaggio militare che è perfetta per osservare la continuità della strategia comunista. Esiste un dna della mente, del desiderio. Che è quello della presa del potere attraverso una guerra che non versa nelle intenzioni il sangue del prossimo, ma costringe alla resa delle coscienze, che si mettono nelle mani di chi ha la potente arma di una cultura vincente. Vincente non perché ha ragione, ma perché ha saputo affermarsi insediandosi nei luoghi da cui si dominano le vie di fuga del nemico.
Gramsci teorizzò la conquista del potere attraverso il possesso delle coscienze del popolo. È stato il primo a definire il concetto di «società civile». Si tratta allora di penetrare la società civile trasferendovi la cultura delle élites materialiste e dialettiche. Ma com'è possibile questa conquista? Ecco allora la formula delle «casematte». Che cos'è la «casamatta»? È una macchina da guerra un po' datata. La casamatta è il locale di un'opera di fortificazione, chiuso all'interno e coperto nella parte superiore a prova di bomba, munito di una o più cannoniere, destinato nella maggior parte dei casi a ricevere artiglierie. Ecco, secondo Gramsci, la presa del potere sulla società civile per assimilarla all'ideologia del Nuovo Principe, il Pci, doveva passare attraverso la occupazione delle casematte. Se le prendi, sei invulnerabile. Ogni epoca ha le sue casematte. La lezione gramsciana della guerra di posizione ha individuato nel nostro paese tre casematte principali. Tre luoghi del dominio comunista: la magistratura; la cultura; i mass media.
La casamatta della magistratura è stata occupata progressivamente sin dal 1945, grazie alla posizione di ministro guardasigilli di Togliatti. Ha avuto il suo momento apicale con la fine degli anni '80. È passata prima dalla conquista delle procure per poi passare alla magistratura giudicante, ricattata attraverso la principale casamatta del potere giudiziario: il Csm.
Il lavoro da fare nella comunicazione è quanto qui vorremmo esporre. La Rai è di fatto il motore della cultura italiana profonda. La scoprì la Dc, l'ha coltivata, con ben altra tempra politica e organizzativa, il Pci. Da sempre Rai3 si pone come avanguardia, è il «tom tom» sulla road map per affermare un'egemonia culturale. È il punto di asserita ribellione al controllo dell'Arcinemico. Una volta era il Pentapartito e in particolare il Caf. Oggi è il punto di massimo ascolto dei talk show e degli infotainment. Che tempo che fa e Ballarò, ma anche Agorà praticano una filosofia della medietà, sono un tappeto comodo per tutti. In realtà, in particolare Fabio Fazio, con la sua cantilena quieta, il suo volto perbene, da oratoriano appena rientrato dal seminario, realizzano il mito di una sinistra equilibrata, moralista il giusto, che ama arte e scienza, e rispetta tutti, purché accettino il pentagramma di valori esemplificati da Fazio.
Così Ballarò. Così - anche se la testata non è riferibile a Rai3, ma essendo lì ospitata, ne assorbe i caratteri di autorevolezza - anche il TgR. Il mio lavoro è stato quello di demitizzare questi pretesi eroi . Le cifre sono testarde. Abbiamo fatto emergere come loro caschino sulla parentela ideologica di ospiti politici e no. E quindi sono dovuti per forza essere tutti sanzionati dall'AgCom.
La mia presenza da Fazio ha posto davanti al conduttore gli stessi elementi di scandalo per la ricchezza che sono il sale della cultura di sinistra. Incidendo su quel tipo di pubblico portato, per protestare, a convergere su Grillo. Non si tratta ovviamente di attaccare le persone, ma il mito che essi rappresentano (su www.ilmattinale.it abbiamo già iniziato a farlo sulla giustizia). Sono sicuro che gli oltre 10mila uomini e donne lavoratori della Rai stanno organizzando una pacifica rivolta o almeno una class action. La sinistra e i commentatori di riferimento hanno deciso che la Rai sono i tre comici non dipendenti, ma strapagati, senza di cui la Rai sarebbe morta. Gli attacchi che ho subìto per aver banalmente chiesto trasparenza sui contratti di Fazio, Crozza e Benigni sono stati intesi come se la Rai coincidesse con questi tre comici, cui va garantito lo status divino.
Sarebbe tutta lì, dicono involontariamente le reazioni di Pd e soci, la consistenza della più grande realtà culturale d'Europa. Se è così, questa è un'offesa colossale alla dignità del capitale umano della Rai, che non ha certo bisogno di nascondersi dietro la barbetta négligée di Fazio. Oppure se davvero la Rai coincide con i tre moschettieri della sinistra, perché gli italiani dovrebbero essere costretti a pagare un canone che offre la benzina alla comica macchina da guerra di propaganda del Pd?
La Rai dovrebbe ritrovare se stessa, rendendosi conto di essere uno dei pochi acquirenti, specie nelle ore della prima serata, delle «performance» che gli artisti o i conduttori di programmi offrono. E se per un prodotto c'è un solo acquirente (o pochi) a fronte di una pluralità di venditori, beh, il prezzo lo fa l'acquirente, la Rai. Sono le regole del mercato. Se poi al venditore non va bene il compenso offerto, sarà libero di cercarsi acquirenti altrove. Solo così la Rai recupererà la sua allure e sarà l'artista/conduttore a diventare famoso: non la Rai ad acquisire valore perché ci lavora Tizio o Caio.
Così come Fazio non può giustificare il suo compenso sostenendo che il suo programma porti all'azienda più ricavi che costi. Che tempo che fa è un programma di infotainment pensata per fare share, ascolti, introiti. In un'azienda sana, e a maggior ragione nella tv di Stato, una trasmissione di questo tipo dovrebbe e deve servire per garantire la possibilità di fare altri programmi in altre fasce orarie e che magari incassano molto poco dal mercato. Bene che esista e bene che vada a gonfie vele. Meno bene il fatto che le sue star si sentano autorizzate a chiedere e a ricevere compensi da nababbi.
Gramsci non si sa se sarebbe contento. Qui segnaliamo che la macchina da guerra comunista è diventata prima la «gioiosa macchina da guerra» progressista di Occhetto, e oggi la «comica macchina da guerra», condotta dai Benigni, dai Crozza, dai Fazio, dalle Littizzetto. Una casamatta che si è posizionata come una sanguisuga nella Rai. Smontiamo la casamatta. Basta con le rendite parassitarie che ammazzano il profitto della libertà.
di Renato Brunetta 

domenica 20 ottobre 2013

Tasi e Paga



La nuova Tasi ci costerà più dell'Imu. Con l'aliquota standard nelle casse dei Comuni finiranno 3,7 miliardi invece dei 3,3 della vecchia imposta. Cifra che lievitare fino a 9 miliardi qualora venga applicata l'aliquota massima. La Cgia di Mestre avverte: "Le case modeste pagheranno di più". 
Un taglia e cuci senza precedenti. Via l'Imu, dentro la Tasi. Cambia il nome, ma l'effetto è lo stesso. Se non peggio. Perché, stando alla relazione tecnica definitiva alla legge di Stabilità per il 2014, appare drammaticamente evidente come la nuova imposta sulla casa non solo andrà a gravare su quelle cinque milioni di case sempre ignorate perché di modesto valore catastale, ma porterà nelle casse pubbliche un gettito superiore di almeno 433 milioni di euro.
La nuova tassa sugli immobili colpirà maggiormente le abitazioni principali più modeste. Se, per esempio, si prende in esame alcune tipologie abitative come le A2 (civili), le A3 (tipo economico) e le A4 (tipo popolare), appare subito evidente che la Tasi sulle abitazioni popolari sarà più cara rispetto all’Imu sulla prima casa pagata nel 2012. L'imposta messa a punto dal governo Letta rischia così di penalizzare i proprietari che maggiormente beneficiavano dell'abbattimento dell’Imu grazie alla detrazione base (200 euro) e quella ulteriore di 50 euro per ogni figlio residente. "Se questa situazione dovesse trovare conferma dalla versione ufficiale del provvedimento - commenta il segretario Giuseppe Bortolussi - chiediamo alla politica di intervenire per correggere il tiro. Sarebbe una vera e propria beffa se fossimo costretti a rimpiangere l’Imu". Purtroppo il calcolo della Cgia di Mestre trova piena conferma nella relazione tecnica del ministero dell'Economia. I 433 milioni di euro in più, che lo Stato incasserà a partire dal prossimo anno, saranno infatti garantiti dallo "scadere" delle detrazioni aggiuntive da 50 euro per ogni figlio fino ai 26 anni e dall'estensione dei benefici dell'abitazione principale all'edilizia sociale e ai militari. In soldoni, si passa dai 3,331 milioni garantiti dall'Imu ai 3,764 milioni di euro della Tasi. Insomma, Letta batte Monti uno a zero.
In realtà, la stangata potrebbe essere ben peggiore di quella prospettata fino a questo momento. I conti della Ragioneria generale sono, infatti,impostati sull'aliquota "base" dell'uno per mille. "I tetti massimi sono molto più in alto", fa notare il Sole 24Ore ricordando che "sull'abitazione principale il tributo sui servizi indivisibili può chiedere fino al 2,5 per mille, mentre sugli altri immobili Imu più Tasi non potranno sfondare quota 11,6". Per un gettito totale di 9 miliardi, euro più euro meno. Una cifra da capogiro che già fa gola alle casse dell'erario pubblico. Per quanto riguarda gli immobili strumentali, poi, al salasso si aggiunge pure la beffa. Perché, se da una parte la legge di Stabilità fissa uno sconto medio di 58 euro ogni 100mila di valore catastale attraverso la deducilbilità Ires-Irpef del 20%, dall'altra la Tasi introduce un aggravio di un centinaio di euro. 
"In parlamento occorrerà riscrivere tutto, con coraggio e con rispetto degli impegni presi con i cittadini italiani, a partire dal tema casa". Il presidente della Commissione Finanze della Camera Daniele Capezzone è fermamente deciso a lavorare per sventare quella che si configura come una inaccettabile stangata ai danni dei cittadini. Se con l'addio all'Imu la pressione fiscale sul mattone non dovesse diminuire, a farne le spese non saranno solo i proprietari di case, ma tutto il sistema Italia già messo in ginocchio dalle politiche repressive del governo Monti. "Tale stangata - promette Capezzone - va assolutamente sventata nell’interesse dei contribuenti". 
di Andrea Indini (Giornale)