martedì 31 dicembre 2013

La Lega cambia canale “Questa sera noi spegniamo Napolitano”

La parola d’ordine lanciata da Matteo Salvini: «Niente discorso di fine anno. Guarderò Peppa Pig con mia figlia».
Questa sera spegniamo tutti la tv. L’appello a “boicottare” il tradizionale videomessaggio di fine anno del Presidente dalla Repubblica arriva dalla nuova Lega Nord di Matteo Salvini. Mai schieratosi tra gli applauditori dell’attuale Capo dello Stato, il neo-segretario federale del Carroccio non ha usato giri di parole spiegando come passerà le ultime ore di questo 2013: incollato alla televisione sì ma non per ascoltare il resoconto di Giorgio Napolitano, bensì per guardare un cartone animato con i figlioletti. «Il discorso di fine anno del presidente della Repubblica - confessa il leader leghista - non lo ascolto ormai da dieci anni. E questa sera ho già in programma di vedere in tivù Peppa Pig con mia figlia di un anno».
Che quella di Salvini non sia una boutade ma una presa di posizione politica a tutto tondo, che va ad aggiungersi al contromessaggio di fine anno già annunciato da Beppe Grillo e dall’analogo invito a “cambiare canale” fatto dalla Forza Italia berlusconiana, lo si capisce dalle iniziative varate a stretto giro di posta dai media padani, La Padania, Radio Padania e TelePadania, tutte all’insegna dello stesso slogan: “questa sera spegniamo Napolitano”.
E’ sulla radio però, grazie alla possibilità di tenere i microfoni aperti in diretta, che l’iniziativa ha maggiore potenzialità. Anche perché i telefoni sono stati già letteralmente presi d’assalto.
«Abbiamo lanciato una due-giorni radiofonica -  spiega il direttore dell’emittente, Alessandro Morelli - perché già conoscevamo il malessere dei nostri ascoltatori. E così abbiamo deciso di dargli la possibilità di sfogarsi e di dire la loro, anche in maniera ironica e scanzonata».
Inarrestabile, come detto, il flusso delle chiamate. «Gli ascoltatori ci spiegano perché questa sera non ascolteranno il messaggio del presidente della Repubblica. La motivazione più frequente è che “Napolitano non è il loro presidente”. I più lo definiscono “Re Giorgio” perché gli rimproverano di essere il regista di quelle larghe intese che, prima con Monti e ora con Letta, hanno fatto tanto male al Nord, distruggendo il nostro tessuto produttivo e mettendo in crisi i nostri sindaci. In diversi, peraltro, ritengono che, essendo incostituzionale la legge che ha prodotto il Parlamento che lo ha rieletto, di conseguenza lo sia anche l’attuale presidente della Repubblica».
I padani, dunque, non hanno voglia di sentire il resoconto di Napolitano ma sentirebbero volentieri altro. «In tanti - spiega sempre Morelli - ci dicono che stasera invece ascolterebbero volentieri un discorso di fine anno dei nostri tre governatori. Lo sentirebbero più vicino ai loro problemi. La distanza tra questo presidente della Repubblica e i cittadini del Nord, infatti, è ormai abissale. Tra il Quirinale e i nostri territori non c’è mai stato un distacco così ampio. Ecco perché questa sera nessuno di noi ha voglia di ascoltare l’ennesimo discorso del Re».


lunedì 30 dicembre 2013

L'eroe delle "bocche cucite" arrestato per danneggiamenti

Un palestinese clandestino, rilasciato qualche giorno fa dal Cie di Ponte Galeria, sorpreso ubriaco mentre prendeva a calci alcune motociclette e bidoni dei rifiuti.
Per protestare contro le condizioni del Cie di Ponte Galeria a Roma non aveva esitato a cucirsi la bocca con del fil di ferro.
Ma ora un 31enne palestinese, protagonista dell'azione dimostrativa, è stato arrestato per danneggiamenti.
Il clandestino, con precedenti, era stato rilasciato dal Centro per l'identificazione ed espulsione poco dopo Natale, ma è stato sorpreso oggi dai carabinieri mentre, ubriaco, prendeva a calci alcune moto in viale Guglielmo Marconi. All'arrivo dei militari, si è scagliato contro di loro ed è stato fermato. Sono almeno 14 le motociclette danneggiate dal palestinese che ha anche rovesciato 16 bidoni dei rifiuti. Ora è stato portato in caserma ed è in attesa del processo per direttissima. 
di Chiara Serra (Giornale)

Mara Bizzotto lancia campagna contro il "predicozzo di Napolitano" di fine anno

"Napolitano non è il mio Presidente! Non ascoltiamo il discorso di fine anno del comunista Napolitano”. E’ con queste parole che l’europarlamentare della Lega Nord Mara Bizzotto lancia, dalle sue pagine facebook, la campagna di fine anno per boicottare il discorso del 31 dicembre del Capo dello Stato Giorgio Napolitano.
“Non esiste un solo valido motivo per ascoltare le chiacchiere a rete unificate del post comunista Napolitano – dichiara l’eurodeputata Bizzotto- Siamo stanchi di sentire la solita aria fritta di chi, per l’ottavo anno consecutivo, ci vorrebbe raccontare una realtà che non esiste dall’alto della sua ‘torre d’avorio’ del Quirinale. Caro Napolitano, Lei che bazzica il Parlamento dal 1953, si assuma le sue responsabilità e abbia il coraggio di dire che l’Italia è ormai un Paese tecnicamente fallito che versa nelle stesse drammatiche condizioni della sua amata URSS di fine anni 80”.
“Napolitano ha tutto il diritto di dire e fare ciò che vuole, e del resto lo sta dimostrando ogni giorno essendo diventato il vero dominus della politica e delle istituzioni italiane – continua l’europarlamentare Bizzotto- Ma è altrettanto vero che anche noi abbiamo il sacrosanto diritto di non ascoltarlo, di dissentire dalle sue prediche e di non sentirci rappresentati da un Presidente sempre più distante dai bisogni reali dei cittadini e del Paese”.  
“Basta quindi con le chiacchiere di fine anno di chi è da annoverare, politicamente, tra i maggiori responsabili della deriva del nostro Paese – continua l’europarlamentare Bizzotto, secondo la quale “i motivi per non sentirsi rappresentati da Napolitano sono numerosissimi”.  
“Ne cito solo alcuni, tra i tanti:
1) Napolitano è stato lo sponsor e il vero regista dei Governi Monti e Letta che hanno portato il Paese nel baratro. Governi privi di legittimazione popolare, asserviti ai poteri forti di Bruxelles e della UE, nati da manovre di Palazzo caratterizzate da un comune denominatore: la longa manus di Napolitano;
2) Napolitano è il Presidente dei senatori a vita: da Monti (nominato senza ritegno pochi giorni prima di farlo diventare premier) ai 4 nuovi senatori nominati ad agosto 2013. Gente che non serve a nulla (se non puntellare il Governo Letta), che fa spendere una montagna di soldi ai contribuenti, e che rappresenta uno schiaffo in faccia per milioni di italiani a cui vengono imposti pesanti sacrifici. E che dire poidella nomina del superpensionato Giuliano Amato alla Corte Costituzionale?
3) Napolitano è il Presidente dell’indulto e dell’amnistia: non passa giorno che Napolitano non invochi un provvedimento che liberi migliaia di delinquenti dalle galere. Non gli sonobastati i danni provocati dall’indulto del 2006 (Presidente della Repubblica era sempre lui) con la scarcerazione di 25 mila detenuti? Sono queste le priorità per un Paese stremato? E’ questo il regalo che vuole fare a milioni di onesti cittadini che rispettano la Legge?
4) Il Presidente degli italiani dovrebbe pensare a tutelare gli italiani: Napolitano invece, ha occhi e orecchie solo per gli immigrati, meglio se clandestini. Fiumi di parole e di pelosa retorica per extracomunitari e clandestini, silenzio totale per milioni di italiani disoccupati, per gli esodati, per i nostri imprenditori che si suicidano per colpa della crisi e di uno Stato che non paga i propri debiti. E questo sarebbe il Presidente degli italiani?”
“Insomma, del predicozzo di Napolitano facciamo volentieri a meno: tanto più se questa predica viene da chi è sempre stato dalla parte sbagliata, da chi per tanti anni ha appoggiato le dittature comuniste che hanno fatto milioni di morti in ogni parte del mondo – conclude l’eurodeputata Mara Bizzotto - Perché, caro Napolitano, noi amiamo la libertà e non accettiamo lezioni di morale da chi, come Lei, inneggiava ai carri armati dell’Unione Sovietica che a Budapest reprimevano nel sangue l’anelito di libertà di migliaia di cittadini inermi”.

Il governo ne spara un’altra: aprire le porte dell’esercito agli immigrati

La proposta del ministro Mauro. Salvini: «Idea demenziale». 
Eccola, poteva mancare l’ennesima follia pro immigrati del Governo? Ora è il turno della “legione stranieri”, con l’apertura dell’esercito anche agli immigrati. L’idea balzana è venuta in mente al ministro della Difesa Mario Mauro, secondo il quale questa possibilità aprirebbe anche le strade alla cittadinanza.
Netto il giudizio del Segretario Federale della Lega Nord Matteo Salvini: «A me pare una grandissima cazzata». L’esponente del Governo Letta aveva pensato di modificare la costituzione per spalancare  le porte dell’esercito agli stranieri. «Semmai - ha replicato Salvini -  si cambi la Costituzione nel nome del Federlismo, o per permettere anche agli italiani di decidere, con un referendum propositivo, su Europa  ed Euro. Ma questi Ministri che si preoccupano tanto degli stranieri, lo sanno che gli italiani sono incazzati?». Secondo il leader leghista si tratta  di «un principio demenziale.  Facciamo finta di non averla letta e che sia causata dall'abbondanza di cibo e libagioni delle festività». 

domenica 29 dicembre 2013

Con i nostri soldi. LETTA SPONSOR DEI ROM: Palazzo Chigi sborsa 4000 euro per promuovere le musiche degli zingari

Il premier ha finanziato la realizzazione di un Cd che raccolga tutte le melodie delle comunità Rom e Sinti per promuovere "la loro integrazione".
La spesa è davvero ridotta all’osso: 4.831,20 euro per 1.000 copie, poco più del costo del supporto informatico. Così il presidente del Consiglio Enrico Letta lancia da palazzo Chigi il primo vero e genuino Cd-Rom. E chissà se lo ha brevettato. La presidenza del Consiglio ha infatti deciso di raccogliere in un cd musicale il meglio della produzione «etnosinfonica» delle popolazioni Rom, Sinti e Camminanti, «con partiture orchestrali originali», da utilizzare «per eventi e manifestazioni a favore delle inclusioni sociali delle comunità Rom e Sinti. Più cd Rom di un cd con le musiche rom non si potrebbe immaginare. La scelta delle musiche e la realizzazione del cd è stata affidata (appunto per 4.831,20 euro) alla Federarterom di Santino Spinelli, che sulla copertina delle 1000 copie del «cd-rom» dovrà stampare anche il logo dell’Unar, Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali della presidenza del Consiglio. 
da Libero Quotidiano

sabato 28 dicembre 2013

Intervista a Luca Zaia: centralismo inconcludente, via da Roma

Zaia: il voto e la Macroregione sono legittimati dal diritto internazionale.
Governatore Zaia, come giudica l’incontro con il Segretario federale della Lega, Salvini?
«Decisamente super positivo. Tra l’altro, è stata la prima assoluta di un Segretario con il Gruppo in Regione».
Di che cosa avete parlato?
«Di progettualità, delle cose da fare, del sostegno al mio progetto di indipendenza. E del fatto che a testa bassa ci avviamo, cercando di spingere al massimo, fino al 2015, anno in cui terminerà il mio mandato».
Quali sono i progetti prioritari?
«Quelli per le imprese, per le famiglie, per il Veneto».
Su tutti, il referendum per l’indipendenza?
«Il referendum è l’occasione per mettere in discussione tutto quello che non va. Non possiamo più accettare questo centralismo inconcludente, avvilente e che porta all’isolamento totale del Veneto dal mondo».
Come risponde all’accusa di egoismo mossa da alcuni?
«Il referendum non è la risultanza di un’azione egoistica, ma è la conseguenza dell’azione assolutamente impropria che sta facendo Roma. Se c’è egoismo, è quello di Roma nei nostri confronti».
E il decreto Milleproroghe non fa eccezione...
«Scandaloso. Più che i contenuti, bisognerebbe pubblicare i nomi di chi vota simili leggi».
C’è qualcuno che rema contro il referendum?
«Approvare la legge per indire il referendum è un fatto giuridico. E la legge non sancisce l’indipendenza, ma punta a sentire i veneti sulla questione dell’indipendenza: quindi è un fatto di alta democrazia, una grande pietra miliare perché ognuno si possa esprimere. Siccome viviamo in un Paese nel quale metà mangia e metà lavora, quelli che mangiano ovviamente non sono d’accordo di andare a lavorare».
Quella referendaria è una procedura legittima?
«Non ci piove. Siamo in linea con il diritto internazionale. Ci sono i casi della Scozia, della Catalogna e della Cecoslovacchia: alcuni hanno già concluso il percorso, altri lo faranno a breve. Del resto, Maastricht nel 1992 prevedeva già di dare ossigeno e spazio alle comunità locali, quindi alle Regioni, proprio per bilanciare lo strapotere delle sovranità nazionali».
Il 2014 potrà essere l’anno della Macroregione del Nord?
«Sì, e in maniera molto europea, nel senso che anche questo era previsto da Maastricht e dalle leggi europee. La Macroregione alpina e quella tra Veneto, Carinzia e Friuli-Venezia Giulia sono realtà riconosciute dalla legge. Il fatto che stanno per costituirsi altre realtà sovraregionali non è un problema, perché porterà beneficio ai cittadini. A cominciare dalla prima emergenza: la promozione dell’economia e l’aiuto all’occupazione».

venerdì 27 dicembre 2013

Kyenge, il giallo: alla mensa dei poveri con un orologio da 23mila euro?

Il giallo del "gingillo" della ministra al centro per gli immigrati nel giorno di Natale. Ma il marito: "E' un mio regalo, lo ho pagato 200 euro".
Il ministro Cècile Kyenge ha trascorso il suo Natale al centro Astalli, a Roma, a servire cibo alla mensa degli immigrati ospiti della struttura, gestita dai gesuiti. Con lei le figlie Maisha e Giulia. Al suo fianco anche una selva di flash e telecamere: una bella razione di solidarietà sotto l'occhio vigile dei media. In sala c'era anche Domenico Grispino, il marito, con il quale però c'è maretta. Ma a tener banco, ora, non sono le beghe familiari della famiglia Kyenge. A tener banco, almeno in rete, è l'orologio che il ministro indossava il 25 dicembre, proprio alla mensa dei poveri. L'occhio di qualche esperto ha notato che si tratterebbe di un Vacheron Constantin Patrimony Traditionelle Quartz, ossia un orologio che vale la bellezza di 23mila e rotti euro. A suffragare la tesi la fotografia che si sta diffondendo grazie al tam-tam su Twitter. Un orologio tutt'altro che austero, un orologio di super-lusso, anzi. Se la notizia fosse confermata, quello della Kyenge sarebbe un vero e proprio schiaffo ai poveri. Il ministro va alla loro mensa, sì, con al polso un gingillo che vale lo stipendio che la maggior parte degli italiani porta a casa in un anno. In soccorso di Cécile, però, arriva proprio il marito. Grispino ha infatti spiegato: "Si tratta di un orologio da 200 euro che le ho regalato io". Un gesto con cui il consorte ha cercato di far pace con la moglie. Attendiamo conferme...
da Libero Quotidiano

Le imprese di Stato costano 23 miliardi l'anno, l'1,4% del pil

In Italia ci sono 40mila partecipazioni statali, nate per aggirare i vincoli di finanza pubblica. Confindustria: "Enti poco efficienti, andrebbero ceduti".
Ma quanto ci costa il "capitalismo pubblico"? A fare i conti in tasca allo Stato, che brucia l'1,4% del pil (quasi 23 miliardi di euro) per portare avanti le imprese pubbliche, è il Centro studi di Confindustria che, in un report drammatico, denuncia uno spreco che "l’Italia non può più permettersi"
Secondo gli analisti di via dell'Astronomia, le partecipazioni possedute dalle amministrazioni pubbliche in quasi ottomila organismi esterni sono circa 40mila. "Gran parte di questi organismi sono nati, a livello locale, per aggirare i vincoli di finanza pubblica - sostiene Confindustria - in particolare il patto di stabilità interno, e come strumento per mantenere il consenso politico attraverso l’elargizione di posti di lavoro". Secondo l’associazione degli industriali, infatti, "sarebbe prioritario dismettere gli enti o comunque azzerare i costi per le pubbliche amministrazioni di quegli organismi che non producono servizi di interesse generale".
Citando la banca dati Consoc, istituita dal ministero per la Pubblica Amministrazione, il Centro studi di Confindustria rileva che "nel 2012, erano 39.997 le partecipazioni possedute da amministrazioni pubbliche in 7.712 organismi esterni". A conti fatti l'onere complessivo sostenuto dalle Pubbliche amministrazioni per il mantenimento di questi organismi è stato pari complessivamente a 22,7 miliardi, circa l’1,4% del prodotto interno lordo. Si tratta di cifre consistenti che meritano attenzione. Infatti, secondo Confindustria, "gran parte di questi organismi sono nati, a livello locale, per aggirare i vincoli di finanza pubblica, in particolare il patto di stabilità interno, e come strumento per mantenere il consenso politico attraverso l’elargizione di posti di lavoro". "Naturalmente non tutti gli organismi rispondono a queste logiche - aggiunge il rapporto di viale dell’Astronomia - di certo, però, il modo e l’intensità con cui il fenomeno si è sviluppato confermano l’anomalia".
Secondo l’associazione degli industriale, sarebbe "prioritario dismettere gli enti o comunque azzerare i costi per le pubbliche amministrazioni di quegli organismi che non producono servizi di interesse generale". Quanto alla produttività di questi enti, il centro studi di Confindustria incrocia una serie di dati e rileva che "oltre la metà degli organismi non sembra svolgere attività di interesse generale, pur assorbendo nel 2012 il 50% degli oneri sostenuti per le partecipate: circa 11 miliardi di euro. Più in generale, considerando anche gli organismi che producono servizi di interesse generale, oltre un terzo delle partecipate ha registrato perdite nel 2012, e ciò ha comportato per la PA un onere stimabile in circa 4 miliardi". "Il 7% degli organismi partecipati - è la conclusione - ha registrato perdite negli ultimi tre anni consecutivamente con un onere a carico del bilancio pubblico che è stato pari a circa 1,8 miliardi. Sono numeri straordinari che il Paese non può permettersi".
di Sergio Rame (Giornale)

giovedì 26 dicembre 2013

Ius soli, la Kyenge torna alla carica: "Chi nasce o cresce qui è italiano"

Alla conferenza di fine anno Letta ha annunciato un giro di vite sull'immigrazione smantellando la Bossi-Fini. La Kyenge prende la palla al balzo e su Twitter rilancia la riforma della cittadinanza italiana: "Chi nasce o cresce qui è italiano".
La sinistra è pronta al blitz per cambiare le leggi che regolano l'immigrazione. Obiettivo del nuovo anno: smantellare la Bossi-Fini e riformare la cittadinanza. Le immagini del trattamento antiscabbia al Centro di prima accoglienza di Lampedusa e la protesta degli immigrati al Cie di Ponte Galeria diventano così il grimaldello per dare l'assalto definitivo. 
Chiesto a gran voce dalle diverse anime del Pd, da Matteo Renzi a Gianni Cuperlo, il premier Enrico Letta ha annunciato alla conferenza stampa di fine anno che la riforma arriverà al più presto: "Non ho dubbi che la revisione della Bossi-Fini sarà uno dei temi di discussione a gennaio, mentre da subito ci metteremo al lavoro per la revisione dei Cie e del sistema di accoglienza nel suo complesso". E non finisce qui. Il ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge ha lanciato da Twitter  il suo obiettivo per il nuovo anno: "2014 verso una nuova cittadinanza: chi nasce e/o cresce in Italia è italiano".
"Il futuro è investire nell’accoglienza", aveva spiegato nei giorni scorsi il ministro all'Integrazione dopo essere finita nel fuoco incrociato del Pd che la accusava di dividersi tra convegni e cene benefiche senza riuscire a mai risolvere l'emergenza immigrazione. Adesso la Kyenge è pronta a passare al contrattacco e a portare la battaglia per lo ius soli in parlamento. Lo stesso Letta è disposto a spendersi in prima persona a cambiare la normativa che regola la cittadinanza italiana. "Sono sempre stato convinto che una normativa diversa sullo ius soli sia necessaria, non a caso rivendico la scelta di un ministro come Cecile Kyenge - ha spiegato il premier lunedì scorsi - proporrò e lavorerò, dunque, perchè una riforma della cittadinanza e dello ius soli faccia parte del contratto di governo che scriveremo insieme a gennaio". Il governo mette, così, la revisione della Bossi-Fini e del sistema di accoglienza nell’agenda del 2014. Secondo fonti vicine a Palazzo Chigi sarebbe già in via di preparazione un provvedimento - potrebbe anche essere un decreto - che abbassa dagli attuali 18 a due mesi il tempo massimo di permanenza degli immigrati nei Cie ed aumenta le commissioni che esaminano le domande di asilo per affrontare il sovraffollamento dei Cara, i Centri di accoglienza per richiedenti asilo. Ma il giro di vite che ha in mente la sinistra si limiterà a cambiare la regolamentazione dei centri di prima accoglienza.
Nell’ottobre scorso, all’indomani della tragedia di Lampedusa, lo stesso Letta aveva ipotizzato un confronto nel governo sulla Bossi-Fini, non nascondendo le difficoltà derivanti dal fatto che le forze che compongono l’esecutivo hanno storicamente posizioni diverse su questo tema. Adesso i rapporti di forza all’interno della maggioranza sono cambiati. Renzi ha impresso una forte spinta assicurando che il Pd farà di tutto per "cambiare la Bossi-Fini". Tanto che, alla conferenza di fine anno, il presidente del Consiglio ha pronunciato parole più impegnative. Prima ha ricordato la "pressione senza precedenti" degli immigrati arrivati nel 2013 in Italia, più che triplicati rispetto al 2012 (43mila contro 13mila), in un "anno difficile tra tagli e spending review". Poi ha chiarito che, comunque, "è obbligatoria una revisione complessiva del sistema di accoglienza", il tutto "in una logica di attenzione alla sicurezza dei cittadini". L’ultimo riferimento intende venire incontro alle posizioni del ministro dell’Interno Angelino Alfano, contrario ai richiami dei democrat sulla necessità di rivedere la Bossi-Fini. Già da un paio di mesi una bozza di testo che interviene sui Cie è stata messa a punto da un tavolo costituito dalla Kyenge, dal viceministro e dal sottosegretario all’Interno, Filippo Bubbico e Domenico Manzione. Nei giorni scorsi la stessa bozza è stata ripescata e arricchita. Ma la riforma dei Cie è solo il punto di partenza. Il vero obiettivo della Kyenge è arrivare a modificare le leggi che regolano la cittadinanza italiana.
di Andrea Indini (Giornale)

Per Letta e Renzi cambiare la Bossi-Fini è la vera priorità

Dati economici disastrosi e disoccupazione stabilmente sopra il 12%, eppure i due leader concordano sull’urgenza di occuparsi degli stranieri.
I dati economici sono drammatici, tanto che il centro studi di Confindustria qualche giorno fa ha detto che è «derisorio» parlare di ripresa, la crisi economica ha desertificato il tessuto produttivo, con una disoccupazione stabilmente sopra il 12%; eppure per il principale partito di governo, il Pd, la vera emergenza, la priorità su cui concentrare tutte le energie è l’immigrazione, o meglio, la cancellazione  reato di immigrazione clandestina e la chiusura dei Cie.  Insomma, la legge Bossi-Fini ha i giorni contati.
Lo ha confermato lo stesso presidente del Consiglio Enrico Letta nella conferenza stampa di fine anno, dopo che il suo “capo” Matteo Renzi lo aveva ribadito in tv a “Che tempo che fa”. Tanto che è toccato al ministro dei Trasporti Maurizio Lupi far presente, seppur timidamente, che il Pd non governa da solo e che «con l’attuale situazione in Africa, aprire le frontiere è un errore». Lupi ha anche rimandato tutto al fantomatico “patto di governo” che dovrebbe vedere intorno a un tavolo Pd, Ncd e Scelta Civica per stabilire una sorta di road map condivisa per il 2014. Fattore che però non pare interessare granché né a Letta né tanto meno a Renzi.
Davanti ai giornalisti Letta ha infatti detto senza giri di parole «rivedremo il meccanismo dei Cie e la Legge Bossi-Fini». Il capo del governo ha poi difeso l’azione dell’esecutivo in tema di immigrazione: «Gli sbarchi nel 2013, per via dell’instabilità e delle tensioni nel Mediterraneo, sono più che triplicati in un anno. Ci siamo trovati sotto una pressione fortissima. Mare Nostrum è stata una risposta, le altre risposte sono state durante il consiglio europeo, con rafforzamento di Frontex ed Eurosur. Per questo servirà, già a gennaio, la revisione di alcuni aspetti della Bossi-Fini». A proposito di Mare Nostrum, dimenticandosi di sottolineare come l’operazione sia stata in qualche modo “suggerita” dalla strage di migranti a largo di Lampedusa il 3 ottobre (366 morti), Letta ha detto che «L’Italia, autonomamente, si è fatta carico dell’operazione di  salvataggio che non solo ha salvato vite umane ma ha consentito,  grazie a strumenti tecnologici, di colpire i mercanti di morte: gli  scafisti, trovati attraverso sommergibili». Su questo ultimo punto poi non sono stati forniti ulteriori dettagli, visto che appare a tutti un modo quanto meno improbabile di combattere gli scafisti quello di aiutare i loro “clienti” ad arrivare in Italia.
Letta però è anche andato oltre: «Proporrò e lavorerò perché una riforma della cittadinanza e lo ius soli facciano parte del contratto di governo che scriveremo insieme a gennaio». Il premier ha annunciato l’intenzione del Governo di «mettersi al lavoro da subito per una revisione dei Cie e del sistema complessivo dell’accoglienza». «Le condizioni disumane nei Cie - ha aggiunto - non possono compromettere l'immagine internazionale del nostro Paese».
Tutti argomenti che, nonostante le apparenze, avvicinano Letta a Renzi. Il segretario del Pd infatti, dopo la passerella a Lampedusa dei giorni scorsi, è tornato a parlare di immigrazione nel salottino di Fabio Fazio con tono quasi intimidatorio e rivolgendosi direttamente ha detto: «La Bossi Fini la cambieremo, glielo garantisco». Del resto, che l’immigrazione fosse un’urgenza il segretario del Pd lo aveva già detto chiaramente nel suo discorso d’insediamento: «Nel patto di coalizione - aveva detto - serve l’impegno a modificare la Bossi-Fini e inserire lo ius soli».
Dello stesso avviso anche lo sconfitto delle primarie Gianni Cuperlo che, dopo aver visitato Cie di Ponte Galeria a Roma  ha chiesto, in una lettera aperta, a Letta di «assumersi un impegno vincolante per il governo». «È necessario - dice il deputato Pd - procedere al superamento della legge Bossi-Fini  a fronte del fallimento evidente degli stessi presupposti che ne  avevano ispirato le norme».
Insomma, sembra proprio che la legge sull’immigrazione varata nel 2002 verrà cambiata. Anche se non è ancora chiaro che modo, visto che le posizioni, all’interno della maggioranza e del governo sono le più disparate. Da una parte c’è infatti l’apertura totale del ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge, che ha chiesto l’istituzione di corridoi umanitari per garantire l’arrivo in sicurezza dei migranti e spinge  anche per la riforma della cittadinanza e l’introduzione dello ius soli; dall’altra la sostanziale chiusura del ministro dell’Interno e vicepremier Angelino Alfano che ha più volte invece difeso il principio che sta alla base della Bossi-Fini: può stare in Italia solo chi ne ha i requisiti, gli altri sono clandestini.

mercoledì 25 dicembre 2013

Se siamo cattivi gli immigrati stiano a casa loro

La provocazione: gli immigrati non vengano in Italia. Sarebbe meglio per loro e per noi.
Siamo maestri di autodenigrazione, salvo lamentarci se la stampa straniera, prendendo spunto da quella nazionale, ci piglia sul serio e ci reputa straccioni, corrotti e corruttori. 
Qualche tempo fa una delle famigerate carrette del mare colò a picco e noi - in particolare vari politici - ci flagellammo: dovevamo essere più pronti nei soccorsi, siamo colpevoli, che Dio ci perdoni. Si trascurò di considerare un fatto che dimostrava la nostra innocenza: il barcone, quando cominciò a essere in balia delle onde, si trovava nelle acque territoriali di Malta. Le autorità della Valletta si guardarono bene dall'intervenire. Nonostante questo, ci siamo addossati responsabilità che non avevamo. Recentemente - alcuni giorni fa - nuove polemiche a causa degli immigrati. A Lampedusa, un gruppo di poveracci arrivati nella nostra patria, spinti dall'illusione di abbandonare l'inferno e di conquistare il paradiso, sono stati denudati, condotti in un cortile delle strutture cosiddette di prima accoglienza e irrorati con un potente disinfettante. Sadismo degli inservienti? Disprezzo per i diseredati? Figuriamoci. Questa gente aveva la scabbia, malattia parassitaria caratterizzata da eritemi, che provoca un prurito irresistibile alle mani e ai polsi ed è assai contagiosa, basta un contatto superficiale per beccarsela. L'unico modo per debellarla è quello adottato dai «torturatori» dell'isola a sud della Sicilia. Via ogni indumento e avanti con gli spruzzi di sostanze idonee a neutralizzare il maledetto acaro. Non si poteva agire diversamente. L'episodio però ha suscitato scandalo e indignazione, incomprensibilmente. Nell'immediato dopoguerra dilagava la scabbia anche in Italia. Eravamo in miseria, malnutriti e forse sporchi: nel 60 per cento delle case non c'erano neppure i servizi igienici. Chi era stato infestato dal parassita veniva sottoposto allo stesso trattamento subito dagli extracomunitari in questione. Obbligato a sbiottarsi, offriva il suo corpo piagato all'infermiere affinché questi provvedesse a cospargerlo di un liquido acconcio. I malati non erano contenti di simile terapia, ma ben felici di poter guarire.
Perché allora tanto chiasso attorno agli immigrati curati a Lampedusa con i sistemi descritti? Siamo in inverno, fa freddo, come si fa a trascinare all'esterno tanta gente e annaffiarla? Ciò effettivamente fa impressione, ma solo se non si tiene conto che nell'isola c'erano 18-19 gradi. Tant'è che non risultano casi di polmonite, bronchite o roba simile. D'altronde la scelta era fra tenersi la scabbia - con quel che comportava, compresa una diffusione incontrollabile della malattia - e l'accettazione di qualche spruzzo provvidenziale sull'epidermide. Chiunque sa che conviene patire un brivido per alcuni minuti che il tormento persistente cagionato dall'acaro.
Non fosse stata sufficiente questa gratuita polemica, subito dopo ne è scoppiata una seconda altrettanto gratuita. L'accoglienza riservata ai migranti, secondo alcuni di essi e non pochi commentatori nostrani, merita di essere censurata e giustifica proteste clamorose. Anche qui abbiamo da obiettare. Non è facile ospitare a Lampedusa centinaia di persone che quotidianamente vi sbarcano in condizioni pietose. Si fa quel che si può. Ci si arrangia. Se una quantità sterminata di persone lascia il Terzo mondo per venire qui, ci sarà pure una ragione. Probabilmente, più che una ragione è una speranza. Quando tale speranza si rivela poi un abbaglio, c'è un solo rimedio: non la ribellione, ma la rinuncia a raggiungere la nostra terra. Se meno disperati optassero per l'Italia, meglio sarebbe per loro e per noi. Siamo brutti e cattivi? Stateci alla larga.
di Vittorio Feltri

martedì 24 dicembre 2013

Auguriamo a tutti voi un Buon Natale e Felice 2014 !

Auguriamo a tutti voi un 
Buon Natale e Felice 2014 !

Matteo Salvini. Cosa vorrei sotto l'albero? Lavoro per tutta la nostra gente.

«Cosa vorrei trovare sotto l’albero? Lavoro per chi non ce l’ha». Così il Segretario Federale della Lega Nord, Matteo Salvini, intercettato ieri da Telepadania nel quartier generale di Via Bellerio. «Questo dev’essere l’impegno per il 2014. La gente non mangia con la legge elettorale. Nel mio piccolo metterò la Lega pancia a terra per cercare di togliere tutti i vincoli che impediscono di far lavorare la nostra gente. 
L’Europa - ha precisato il Segretario - è uno di questi vincoli, una palla al piede che impedisce di sviluppare lavoro, stipendi». La battaglia «la faremo anche paese per paese per difendere la nostra storia e il nostro futuro, quindi difendere l’ambiente, bloccare i centri commerciali, il gioco d’azzardo». Si inizierà «dal Veneto, perché lì l’aria dell’indipendenza soffia forte, e dalla concordia: la Lega dev’essere compatta come una famiglia», conclude Salvini, che augura per Natale «serenità e fortuna». 
Salvini in una dichiarazione ha poi fatto riferimento all’odierna assemblea Bpm. «La Banca Popolare di Milano, e i suoi dipendenti, sono una risorsa per Milano, per la Lombardia e per il rilancio dell’economia del territorio e delle piccole e medie imprese che ne compongono il tessuto connettivo. Milano non può permettersi di perdere la sua banca e ci auguriamo che chiunque vinca la competizione elettorale ne mantenga l’indipendenza e non la porti a essere aggregata in maniera subordinata a un’altra banca».

lunedì 23 dicembre 2013

Otto mesi di chiacchiere e gaffe. Pure il Pd si stufa della Kyenge

La Kyenge si divide tra convegni e cene benefiche. Ma finora non ha combinato nulla per le famiglie italiane in Congo e per Lampedusa. Quasi tutto il partito la attacca: "Non basta piangere". Lerner: bilancio negativo.
«Non vale un'acca! Il ministro Kyenge dimostra di non valere un'acca! Prenda subito un aereo per il Congo! E già che c'è ci resti anche a lungo!» strepita il leghista Borghezio al telefono col nostro ambasciatore a Kinshasa. 
Ventisei famiglie italiane sono bloccate lì, in Congo, alcune da più di due mesi, insieme ai loro bambini adottati, tra malaria, visti scaduti, assurdità varie.
Dal ministro Cecile Kyenge, congolese di origini, ci si aspettava un aiuto («Stiamo intensificando il lavoro diplomatico» promise a metà dicembre...), ma finora nessun risultato, solo promesse. Una mamma ha anche denunciato: «Abbiamo chiamato il ministero più volte, ma la Kyenge non ci ha mai dato ascolto». La materia è competenza della Farnesina, ma è difficile non leggerlo anche come un insuccesso personale della Kyenge. Nove mesi complicati per la traballante poltrona della ministra (dell'Integrazione), sotto attacco anche del Pd, stufo del suo ministro. «La sua presenza nel governo non dev'essere solo un modo per ripulirsi le coscienze. Non basta piangere e condannare, deve dare risposte concrete ai migranti» la rimprovera il deputato Pd Kalid Chouki (che ieri si è recluso al Cie di Lampedusa, incassando la solidarietà di mezzo partito) anche lui un «Turco boy», nel senso di un pupillo dell'ex ministra Livia Turco, che ha sponsorizzato la nomina della Kyenge presso Letta. Sul fronte dei «migranti», stavolta sua piena competenza, la Kyenge ha fatto solo buchi nell'acqua. Prima della tragedia dei morti a Lampedusa, e prima degli scandali sulle condizioni dei clandestini nei Cie, la Kyenge assicurava: «L'immigrazione? Non è un'emergenza, ormai è un fenomeno stabile». Anche l'antileghista viscerale Gad Lerner, che pure - scrive sul suo blog - ha «gioito per la sua nomina» e si è «indignato per gli attacchi razzisti di cui è stata oggetto» (le battute da osteria sull'orango...), chiede: «Porterà a casa qualche risultato?».
Come dire: finora nulla.
La Kyenge, prima firmataria come deputata soltanto di due disegni di legge e di una interrogazione, assente per missione il 93% del tempo (ma è così per tutti gli onorevoli con incarichi di governo), è molto impegnata in conferenze, convegni, cene benefiche, tavole rotonde... Dove arriva anche con tre auto di scorta, a sirene spiegato, come Milano (tra l'altro, contromano) quando i passanti le gridarono «vergogna». In questi giorni l'agenda della ministro prevede Inaugurazione Casa della Misericordia il 21 dicembre, Pranzo con i poveri di Padre La Manna il 25 dicembre, conferenza L'Italia del domani: c'è un futuro per i giovani? il 28, eccetera. Parole, parole, parole... A volte anche spericolate, cose che le comporta frequenti critiche. «Lo ius soli? Lo faremo entro i primi mesi di gennaio 2014. È italiano chi nasce in italia».
Il professor Sartori, editorialista non ascrivibile al centrodestra, dopo averle consigliato qualche «lezione di italiano», l'ha fatta a pezzi sul Corriere della sera: «La Kyenge è una incompetente raccomandata. Lo ius soli è una idea demenziale. Sarebbe un disastro in un paese con altissima disoccupazione. Aumenterebbe le file dei lavoratori sottopagati e la delinquenza per le strade». Altre frasi della Kyenge sono subito entrate nel repertorio cult: «Genitore 1 e 2 al posto di mamma e papà nei documenti? Sono d'accordo»; «Andrebbe abolito il reato di immigrazione clandestina»; «Bisogna superare i campi nomadi e collocarli i Rom in alloggi»; Poi le «quote nere» in azienda: «Bisogna introdurre una norma che preveda quote bloccate e posti riservati per gli immigrati nelle aziende».
Per non dire di certi infortuni, come la sorella Kapya, residente a Pesaro, denunciata per lesioni, minacce e ingiurie (razziste, tra l'altro) da una donna albanese. Sorella Kyenge, tra l'altro, avrebbe detto: «Ho le spalle coperte, mia sorella è in Parlamento». Poi il marito, che ha sparato a zero sul Pd («è una macchina da soldi, le hanno chiesto 34mila euro») proprio mentre lei si stava riposizionando sul segretario Renzi... La sua integrazione con la Casta è riuscita perfettamente.
di Paolo Bracalini (Giornale)

domenica 22 dicembre 2013

Nuovo scippo romano al Veneto, i fondi per l'agricoltura dirottati al Sud

La denuncia dell'assessore regionale Manzato: «In questo Paese l’efficienza è una colpa».
«Questo è un Paese dove l’efficienza è una colpa, che si paga a milioni di euro, usati per premiare gli inefficienti. Non è colpa mia se l’efficienza sta al Nord e l’inefficienza al Sud». L’assessore all’agricoltura del Veneto Franco Manzato usa parole dure sull’iniziativa della ministra Nunzia De Girolamo di spostare, mediante un tecnicismo contabile, dalle Regioni del Nord a quelle del Centro Sud parte del cofinanziamento statale per le politiche di sviluppo rurale sostenute dalla Comunità Europea per il periodo 2014-2020. 
«In pratica - spiega Manzato - per mantenere l’inefficienza altrui il Veneto si troverebbe nelle condizioni di dover reperire, da un bilancio già falcidiato dallo Stato, circa 15 milioni l’anno per evitare penalizzazioni alle nostre aziende agricole». Significa che la quota a carico del Veneto per attuare seriamente il prossimo Piano di Sviluppo Rurale (Psr) dovrebbe passare dagli attuali 16 milioni di euro l’anno ad oltre 30 milioni annui, un sovrappiù che semplicemente non c’è. 

sabato 21 dicembre 2013

Rai, non pagare il canone si può


Aveva chiesto alla tv di Stato di oscurare i canali e non versava più il canone. Viale Mazzini non ha mai risposto. E ora un giudice...
Uno dei rebus irrisolti di questo paese è l’obbligatorietà del pagamento del canone Rai. La pigione alla tv pubblica è uno dei tanti pizzi fiscali che ci affligge. È  però  opinione consolidata e diffusa che sia praticamente impossibile liberarsi dal balzello. L’articolo  10 del Regio decreto legge 246 del 1938 stabilisce, infatti, tassativamente i casi in cui è possibile disdettare il servizio pubblico televisivo: la cessione, la non detenzione o la richiesta di suggellamento degli apparecchi tv. In altre parole, chi non vuole  “Mammarai”   deve rinunciare alla televisione ed eliminare da casa qualsiasi strumento idoneo a riprodurre il segnale televisivo. 
Inutile sprecare parole sull’inadeguatezza di un decreto littorio a disciplinare la materia, poiché  oggi anche un cellulare riproduce trasmissioni televisive. L’Italia però, non sguazza solo nell’arretratezza legislativa e nella prevaricazione del pubblico sul privato, ma anche e soprattutto nell’incertezza giurisprudenziale. Mai dire mai, perché si trova un Giudice o una Corte che, emulando  Oscar Luigi Scalfaro, «non ci sta». I magistrati sono chiamati ad applicare le leggi anche quando siano palesemente ingiuste, ma talvolta fanno obiezione di coscienza. Agiscono motu proprio e sparigliano le carte. Se il Parlamento in 80 anni non ha messo mano al decreto fascista del ’38 (quando si tratta di tassare i connazionali fa brodo anche Mussolini), allora ci pensa la Commissione Tributaria del Lazio. La sentenza 597/2013 ha, infatti, accolto l’istanza di un contribuente che si era opposto alla cartella esattoriale di riscossione del canone tv, producendo la domanda di richiesta di oscuramento inviata alla Rai.
Ovviamente l’amministrazione televisiva non aveva risposto e il fisco aveva proceduto all’emissione della relativa cartella, impugnata poi dal contribuente. Questi, dopo la soccombenza innanzi alla commissione provinciale, non si è dato per vinto e ha proposto opposizione in secondo grado, trovando finalmente ragione con una decisione destinata non solo a far discutere, ma soprattutto a diventare una via di fuga dalla tassa del monopolio televisivo di Stato. Secondo i magistrati laziali la cartella è nulla, anche se il cittadino ha continuato a usufruire dei servizi tv. È  sufficiente, infatti, che egli abbia fatto denuncia di oscuramento alla Rai e questa non abbia risposto. 
La norma di recesso dal canone è assurda, perché risalente a un periodo storico in cui c’era una tv ogni 50 utenti e gli unici canali erano quelli Rai, ma è stata superata da una pronuncia di una Commissione con un anelito di libertà. Attendiamo che il Parlamento (nelle democrazie le norme dovrebbero innovarle deputati e senatori e non i magistrati) ratifichi un principio sacrosanto: la libertà di guardare e pagare la tv che si desidera. Purtroppo, però, la Rai è controllata dai partiti i quali difficilmente legiferano contro i loro interessi. Non rimane quindi che ringraziare i giudici tributari del Lazio per il gentile pensiero natalizio a tutti gli abbonati...
di Matteo Mion

Ripensamenti. Laura Boldrini, quando disse: "Non prenderò mai un volo di Stato"


A luglio prometteva: "Sempre in treno e con i low cost". Ma al funerale di Mandela ci è andata con l'aereo presidenziale (e ci ha portato pure il suo ragazzo).
"Non sono un classico presidente, rinuncio totalmente ai voli di Stato". E ancora: "Quando mi sposto, e mi sposto molto, uso la macchina, vado in treno o in aereo, con voli di linea ma anche low cost. Mi pare che sia la prima volta per un presidente della Camera". Se la cantava da sola, Laura Boldrini, come si dice nello slang. Perché la numero uno di Montecitorio, quando per presenzialismo è volata ai funerali di Nelson Mandela in Sudafrica con tanto di compagno e codazzo di assistenti e collaboratori, s'è infilata sull'aereo presidenziale sul quale viaggiava il premier Enrico Letta. Mica si è rivolta a un'agenzia di viaggi. Eppure la Boldrini in estate era di tutt'altro avviso: quando a luglio s'è presentata alla cerimonia del Ventaglio, ha tenuto un discorso di tutt'altro avviso. Prendeva le distanze dai metodi dei ferri vecchi della politica: "Non sono un classico presidente della Camera - diceva Laura -, devo accorciare la distanza tra le gente e le istituzioni. Per questo hanno scelto me". E quindi: "Mai un volo di Stato", il suo refrain. S'è visto.
da Libero Quotidiano

venerdì 20 dicembre 2013

Il governo bastona chi combatte i videopoker

Emendamento nel decreto “Salva Roma” taglia i trasferimenti a chi approva norme restrittive al gioco d’azzardo. Maroni: «Vergogna, la potente lobby delle slot machine ha vinto ancora».
Non è ancora legge e già tutti la rinnegano. E’ la porcata di fine anno approvata ieri con i voti della maggioranza, e dunque anche del Pd di Renzi, quella che prevede una diminuzione dei fondi per le regioni e gli enti locali che approvano norme restrittive nei confronti del gioco d’azzardo. Dal momento che queste misure, è il ragionamento della prima firmataria della proposta Federica Chiavaroli del Ncd, fanno diminuire gli incassi allora l’anno successivo riceveranno fondi per un importo inferiore. Così il Governo Letta fa cassa sulla ludopatia nonostante il Parlamento abbia approvato qualche mese fa una mozione presentata dalla Lega Nord che impegnava l’Esecutivo a promuovere, al contrario, misure contro il vizio del gioco d’azzardo, una vera e propria malattia che coinvolge centinaia di persone e intere famiglie. «Che vergogna! La potente e ricchissima lobby delle slot e del gioco d'azzardo ha colpito ancora. Ostacoli le slot machines nel tuo territorio? Lo Stato ti taglia i trasferimenti di denaro» tuona il governatore lombardo Roberto Maroni. «La bastonata ai sindaci e alle regioni che lottano contro il gioco d'azzardo - spiega Maroni - arriva in Senato con l'emendamento presentato dal Nuovo Centrodestra al decreto 'Salva Roma' e approvato con i voti di 140 senatori di Partito Democratico, Scelta Civica e Nuovo Centrodestra. Prevenzione, guerra alla ludopatia e sale bingo lontane dalle scuole: gli spot elettorali di certi partiti e parlamentari scompaiono non appena è  ora di fare cassa. Contrari sono stati 128 parlamentari di Lega, Forza Italia, M5S e Sel». «Il testo - conclude Maroni - riguarda i comuni o le regioni (come la Lombardia) che hanno emanato norme restrittive contro il gioco d'azzardo, diminuendo così le entrate dell'erario. L'anno successivo, questi enti territoriali subiranno tagli ai trasferimenti che verranno interrotti solo quando le norme e regolamenti 'scomodi' saranno ritirati». Scoppia un putiferio: anche il Pd inizia a capire che qualcosa è andato storto e che fare un favore alle lobby non sarebbe passato inosservato. Si ribellano alcuni sindaci del Pd e anche parecchi altri esponenti politici. A quel punto il fenomeno Matteo Renzi rinnega la norma votata anche dal suo partito e ne promette la cancellazione: «È pazzesco, allucinante. Ho chiesto al Pd di rimediare». «Renzi, sveglia. Ora sei segretario - scrive con ironia Massimo Bitonci sul suo profilo Facebook -  è finito il tempo di predicar bene e razzolare male. Vuoi cancellare la norma porcata sulle slot che taglia i finanziamenti ai comuni che combattono il gioco d'azzardo? Peccato che questa misura è passata oggi proprio grazie ai voti dei tuoi del Pd». Sul piede di guerra anche Stefano Candiani, il senatore del Carroccio che in Aula ha fatto una dichiarazione di fuoco contro la misura:  «Mi chiedo come possano dormire tranquilli dal governo e dalla maggioranza dopo aver votato un emendamento che prende a mazzate le amministrazioni che hanno deciso di disincentivare l'uso delle slot machines. Hanno garantito gli interessi dei loro finanziatori politici andando contro una scelta netta e coraggiosa di regione Lombardia che ha detto basta alle slot, ha detto basta allo scandaloso drenaggio delle risorse di cittadini deboli allo Stato». «Purtroppo, per questa maggioranza i cittadini - sostiene Candiani - sono solo delle vacche da mungere perché, per loro ludopatia significa solo maggiori entrate per l'erario. Tutti gli eletti lombardi che hanno votato questo schifoso emendamento si vergognino perché hanno inseguito gli interessi della politica e non dei lombardi e ricordo loro che in consiglio regionale la sospensione delle slot è stata votata all'unanimità». Intanto parte la rivolta anche della Lega sul territorio. I consiglieri veneti del Carroccio Nicola Finco, Paolo Tosato, Bruno Cappon, Cristiano Corazzari criticano la norma approvata in Senato. «Dopo aver condonato a 611 milioni i 98 miliardi di multe alle società del gioco d'azzardo, la maggioranza di governo mette ora un freno agli Enti locali che prendono provvedimenti contro i locali che vietano le slot - contestano i quattro esponenti del Carroccio - L'emendamento presentato dal Nuovo Centrodestra in Senato stabilisce infatti che Regioni e Comuni che prevedono sconti d'imposta per chi vieta le macchinette, si vedranno decurtati i corrispondenti trasferimenti statali. Ecco come la maggioranza romana si assicura l'amicizia delle aziende del gioco sulla pelle dei malati di patologie e dipendenze». Per i consiglieri della Lega la proposta dell'Ncd, «supportata anche dal Pd», reca danno ai Comuni veneti che hanno previsto sconti sull'Imu per i bar che mettono al bando le slot machines, e danneggiano il percorso di proposte legislative di contrasto alla ludopatia. «I dati ci dicono - sottolinea Corazzari che è primo firmatario di una proposta di legge di prevenzione e contrasto alle slot - che ben 15 mila veneti sono vittime della dipendenza da gioco. Nella nostra regione la spesa per il gioco è cresciuta del 43.5 per cento, dall'inizio della crisi nel 2008, con ben 1.072 euro di spesa pro capite. I più colpiti sono gli adolescenti (il 61% dei giovani tra i 15 e i 20 anni partecipa con frequenza a giochi che prevedono vincite in denaro). Sono numeri allarmanti che a Roma ignorano preferendo inchinarsi come Schettino di fronte alle grandi società dell'azzardo». All’attaccp anche il consigliere regionale lombardo della Lega Nord Angelo Ciocca  che ha annunciato la presentazione di una mozione di censura nei confronti del Governo dopo il sì alla norma che sancisce minori trasferimenti alle Regioni e agli locali che abbiano messo in campo strumenti legislativi «in materia di giochi pubblici riservati allo Stato», causando in questo modo minori entrate erariali.
di Iva Garibaldi

giovedì 19 dicembre 2013

A Lampedusa il "lager" delle coop rosse

Il centro per immigrati di Lampedusa è gestito dalla sinistra. E la Ue minaccia di togliere gli aiuti dopo averci abbandonato.
Il centro della vergogna, della tortura e dell'umiliazione è targato Legacoop. «Lampedusa accoglienza», l'ente sociale che gestisce la struttura dell'isola dove i migranti vengono denudati e lavati con l'idrante, è affiliato alla holding delle coop rosse. 
Che ieri, visto il putiferio scatenato dal video del Tg2 girato in uno dei container-lager durante le procedure di disinfestazione anti-scabbia, ha intimato ai soci di «Lampedusa accoglienza» di «rimuovere e rinnovare il management attuale e avviare immediatamente una migliore organizzazione con altre professionalità».
A nulla è valsa l'autodifesa di Cono Galipò, amministratore delegato della coop, secondo il quale si trattava di «getti sanitari», di «una consuetudine praticata a difesa dei migranti», di «immagini fuorvianti» e «montatura mediatica»: «Non potete metterci alla gogna per qualche sequenza che non dice nulla di ciò che facciamo, noi seguiamo una indicazione delle autorità sanitarie». È il lato oscuro dell'accoglienza, il business nascosto dietro le braccia aperte e ipocrite di tanto «buonismo» interessato.
Le brutalità del centro di detenzione di Lampedusa documentate dal Tg2 sono diventate uno scandalo internazionale che imbarazza il governo e l'intera macchina dell'accoglienza. Ma i trattamenti riservati ai sopravvissuti dei barconi svelano anche tanta ipocrisia. Come quella dell'Unione europea, che lascia l'Italia sola e squattrinata ad affrontare un'emergenza tragica, quella degli sbarchi dei clandestini e delle stragi del mare, mentre ora minaccia di togliere anche quei pochi aiuti economici destinati al nostro Paese.
Capeggia questa sfilata di sepolcri imbiancati la commissaria europea Cecilia Malmstrom, che ha già ordinato un'indagine su Lampedusa dopo aver visto quelle immagini «spaventose e inaccettabili»: «Non esiteremo ad aprire una procedura di infrazione per assicurarci che gli standard europei siano rispettati.
La nostra assistenza e sostegno alle autorità italiane nella gestione dei flussi migratori può continuare solo se il Paese garantisce condizioni umane e dignitose nel ricevimento di migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Contatteremo le autorità italiane per chiedere maggiori informazioni su questi eventi e chiederemo loro di fare piena luce su quanto accaduto».
Subito dietro la Malmstrom viene la ministra Cécile Kyenge, che in otto mesi da responsabile dell'integrazione e dei problemi migratori non ha mosso un dito per cambiare le cose a Lampedusa e adesso, davanti allo scandalo, non sa far altro che diffondere un comunicato un cui chiede un «monitoraggio per garantire standard dignitosi» e «nuove linee guida» per un sistema che «va assolutamente rivisto» perché «bisogna ripristinare l'immagine dell'Italia». Chissà dov'era in questi otto mesi. Il ministro degli Esteri, Emma Bonino, ha chiesto di prendere provvedimenti contro i responsabili di «comportamenti orripilanti e inaccettabili» perché «un Paese serio non si comporta così. Dobbiamo convincere l'Europa che l'immigrazione è un problema europeo di sicurezza e di stabilizzazione della nostra frontiera sud: ma gli esseri umani vanno trattati secondo le convenzioni e con dignità».
Le polemiche però non fermano gli sbarchi. Ieri la Marina militare ha tratto in salvo 98 migranti provenienti da vari Paesi nordafricani a bordo di un gommone avvistato al largo di Lampedusa dall'elicottero di Nave San Marco. Oggi verranno sbarcati al porto di Pozzallo.
di Stefano Filippi (Giornale)

mercoledì 18 dicembre 2013

Salvini sul "Lager" di Lampedusa: il vero scandalo è l'invasione, ma ai nostri non pensa nessuno

Boldrini e Kyenge indignate per  le immagini mandate in onda dal Tg2 dal centro di accoglienza. Lega: basta immigrati.
In fila e nudi per essere sottoposti alla disinfestazione contro la scabbia. Le immagini mandate in onda dal Tg2 dal centro di accoglienza di Lampedusa hanno sollevato un vespaio di polemiche e mandato su tutte le furie  la presidente della Camera Laura Boldrini e il ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge. «Il trattamento riservato agli immigrati nel Centro di Lampedusa, documentato nel servizio trasmesso dal Tg2, è indegno di un Paese civile.  Quelle immagini non possono lasciarci indifferenti», ha tuonato la papessa. Cose «inaccettabili in uno Stato democratico», ha commentato la Kyenge. «Bisogna intervenire - ha aggiunto - sulle procedure di assegnazione ma anche cercare le responsabilità, chi ha sbagliato deve pagare. E' disumano far denudare una persona, la rende una “non persona”». Per il ministro «occorre tenere alta l'attenzione su questi episodi e far rispettare i diritti, di cui l'Italia deve portare alta la bandiera» e spera  che quanto accaduto a Lampedusa «ci aiuti a rivedere alcune procedure, gli interventi che riguardano l'accoglienza, le modalità nei centri. Bisogna avere avere criteri compatibili con il rispetto della persona umana».
Deciso ad andare fino in fondo anche il ministro dell'Interno, Angelino Alfano: «Accerteremo - ha garantito  - le responsabilità e chi ha sbagliato pagherà. Entro 24 ore avremo una relazione dettagliata, richiesta dalla Prefettura di Agrigento all'Ente gestore, per comprendere le ragioni di quanto accaduto e assumere le conseguenti decisioni».
Immediata la reazione del neo segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini: «Molti gridano allo scandalo - ha scritto su facebook -, e parlano di "lager". Ma molti, degli italiani che dormono al freddo, e che non hanno da mangiare, non se ne accorgono». «Il vero scandalo per me  - ha concluso Salvini - è l'invasione delle nostre città da parte di centinaia di migliaia di ospiti indesiderati, che poi riempiono le nostre galere.  Per me l'Italia non può permettersi di dare casa e lavoro a un solo immigrato in più».
Sulla stessa linea anche  l'on. Mario Borghezio, che aggiunge: «La prima vergogna dell'Italia - ha detto l’europarlamentare leghista -  sono gli sprechi e i privilegi di certe Autorità istituzionali che non si peritano di far spendere soldi pubblici a go-go per i propri viaggi di propaganda personale sugli aerei di Stato.  Con quanto si sarebbe potuto risparmiare anche solo evitando il viaggio, non necessario, della signora Boldrini e del suo fidanzato in Sud Africa, si sarebbe potuto attrezzare meglio e più confortevolmente la struttura per l'accoglienza degli stranieri a Lampedusa».
«Queste immagini - ha commentato  il deputato della Lega Nord, Filippo Busin  - sono il risultato delle politiche dell'accoglienza applicate dal governo Letta. Un esecutivo che vive di retorica e declamazione di principi cui segue il completo e irresponsa bile disinteresse per la gestione pratica dei problemi».

Casa, la Tasi peggio dell'Imu: costerà 100 euro in più

Taglio drastico delle detrazioni, la nuova tassa stangherà le famiglie con figli a carico. Solo il 10% sarà esente.
Si scrive Iuc, si legge fregatura. La nuova tassa sulla casa, destinata a sostituire l'Imu dal 2014 (per la precisione, inglobandola), rischia di essere un salasso da 100 euro in più per la maggioranza delle famiglie. L'allarme, come sottolinea Repubblica, lo hanno lanciato i Comuni italiani, secondo cui all'appello mancano 1,5 miliardi di euro che i sindaci cercheranno di recuperare, in parte, alzando il più possibile l'aliquota Tasi. A questo "buco" si aggiunge un'alta grana per i proprietari di immobili: il crollo delle detrazioni. Se l'odiata Imu prevedeva "bonus" per le famiglie di 200 euro più 50 per ogni figlio, la Tasi all'interno della Iuc avrà una media di appena 26 euro di detrazioni. Una miseria.
Ecco chi e quanto paga - Facciamo qualche esempio, già portato dalla Cgia di Mestre. Una famiglia con due figli a carico, per una prima casa di categoria A2 e rendita catastale di 621 euro con l'Imu spenderebbe 163 euro. Con la Tasi, ponendo un'aliquota del 2 per mille (decisamente plausibile) spenderà 19 euro in più, e se l'aliquota salirà al 2,5 per mille l'esborso arriverà a 72 euro in più. La stangata maggiore sarà per chi ha 3 figli a carico: aliquota al 2,5 per mille significherà 122 euro in più rispetto all'Imu (235 euro con la Tasi, 113 con la vecchia tassa). Insomma, più aumentano i figli, più diminuiscono le detrazioni, più cresce la stangata. Peggio ancora andrà a chi abita in un'abitazione di categoria A3 con rendita catastale di 422 euro. In questo caso, ci guadagna soltanto una famiglia con un figlio e con un'aliquota minima all'1 per mille. Congiunzione rarissima, visto che l'aliquota minima resterà quasi sicuramente utopia. In casi più verosimili (poniamo aliquota del 2 per mille) sarà un bagno di sangue: una famiglia con 1 figlio a carico verserà 51 euro in più (116 contro 65 euro), con 2 figli il saldo negativo sale a 101 euro, con 3 figli addirittura a 116 euro. E se l'aliquota sale al massimo, il 2,5 per mille, non ci resta che piangere e pagare: 37 euro in più senza figli, 87 euro con un figlio, 137 euro con due e addirittura 151 con tre figli. E per chi ha già nostalgia dell'Imu c'è un altro elemento su cui riflettere: solo il 10% sarà esente dalla Tasi.
da Libero Quotidiano

martedì 17 dicembre 2013

Sartori contro Kyenge: "Lo ius soli da dementi, vuole la negritudine"

Il politologo attacca di nuovo la proposta del ministro: "Aumenterebbe le file dei lavoratori sottopagati e la delinquenza per le strade".
"Lo ius soli è un errore gravissimo".Giovanni Sartori attacca di nuovo Cécile Kyenge e una delle proposte più discusse del ministro per l'Integrazione.
"Sarebbe un disastro in un paese con altissima disoccupazione. Aumenterebbe le file dei lavoratori sottopagati e la delinquenza per le strade", ha detto il politologo a La Zanzara su Radio 24, "La gente ormai ha paura ad uscire la sera e lei vuole favorire la negritudine come in Francia. Ma noi possiamo farne a meno". E ancora: per Sartori se lo ius soli entrasse in vigore "aggraverebbe tutti i nostri problemi". "Come idea è demente", aggiunge, "perché è dei paesi sottopopolati che vogliono nuova popolazione: sarebbe l’ultimo colpo per consentire l’accesso a tutti, migranti e clandestini".
Il politologo - che già in passato aveva duramente criticato il ministro - se la prende anche con la sinistra italiana che "ha perso la sua ideologia e ha trovato come alternativa il terzomondismo, che non ha nulla in comune con il vecchio credo comunista, ed è dannosissimo per il Paese. Io non sono mai stato di destra ma non sto con una sinistra che fa ministro la Kyenge". Poi rincara la dose: "Leggo che la Kyenge e la sua consigliera Livia Turco vogliono le quote riservate agli immigrati nella società. Siamo alla demenza. La Turco non sa niente di niente, e la Kyenge non è qualificata per questo incarico molto delicato. La Kyenge non sa cos’è l’integrazione, non sa niente di niente, vuole favorire la negritudine come in Francia, ma noi possiamo farne a meno".
di Chiara Sarra (Giornale)

Salvini a briglia sciolta. È il "vaffaday" della Lega

Il neosegretario rispolvera i vecchi cavalli di battaglia padani, attacca l'Ue Roma e gli immigrati: "Se ritroviamo le nostre radici, arriviamo al 10%".
Beppe Grillo, al confronto, sembra una mammoletta. Al Lingotto di Torino, antico tempio dell'automobile e oggi simbolo di un paese che forse non c'è più, la Lega si strappa il doppiopetto e sfodera gli artigli delle origini.
Un'unghiata a Roma, un'altra e un'altra ancora a Bruxelles e poi ai giornalisti che falsificherebbero il pensiero del Carroccio. Ma sì, il vero Vaffa day non è quello celebrato un paio di settimane fa a Genova dal leader dei 5 Stelle, ma questo delle camicie verdi che per acclamazione proclamano Matteo Salvini segretario e confermano Umberto Bossi presidente.
I vaffa sono espliciti e ripetuti, in tutte le direzioni. Grillo, nei suoi discorsi, ha un tratto ironico e grottesco, Salvini no. Carica il fucile dell'indignazione e poi spara. Spara. Spara. Lascia fluire la rabbia e lancia ultimatum e sfide: «La Lega deve tornare a fare la Lega. Il tempo delle mediazioni è finito, le imprese non ce la fanno più. E allora noi dobbiamo disubbidire allo Stato. È arrivato il momento della disubbidienza». Come? Il neo segretario resta sul vago, ma fa capire che qualche gesto eclatante arriverà sul fronte della tasse. Certo, fa impressione vedere che Salvini maneggia la clava e ad ascoltarlo ci sono ben tre governatori del ricco Nord: Roberto Cota, Roberto Maroni e Luca Zaia. Ma questo passa il convento. «Se arrivano i forconi leghisti - minaccia Salvini - i forconi di adesso sembreranno una passeggiata della salute. E presto metteremo in piedi un referendum contro l'euro e un altro contro i sindacati. Perché oggi in Italia è più facile divorziare che smettere di pagare la quota di iscrizione ad un sindacato».
Gesticola il quarantenne Salvini e la sua camicia bianca pare fare pendant a quella di Matteo Renzi che nelle stesse ore comincia la sua avventura parallela alla guida del Pd. Ma è solo una prima impressione: i due sono agli antipodi. «Bisogna ricominciare a chiamare i clandestini col loro nome: non sono migranti, non sono profughi, non sono richiedenti asilo, sono clandestini. E devono essere respinti a calci nel sedere. Tutti, tutti gli immigrati. Via. Via. Via». Roberto Maroni, in cravatta verde, lo applaude a scena aperta, Bossi invece lo guarda perplesso. Sono seduti l'uno di fianco all'altro, Bobo e Umberto, le due Leghe che non si sopportano, il padre nobile e il figlio che ha fatto fuori il genitore, lo sconfitto e il vero vincitore dell'ultima stagione. E però si capisce che la voglia di non abbandonare la sua creatura alla fine ha vinto su ogni calcolo dentro la testa di Bossi. E così, dopo l'umiliazione di una sconfitta bruciante alle primarie, è lì. Seduto. Con regolamentare camicia verde. Come un militante capitato quasi per sbaglio a quel tavolo. A tratti stranito. L'economista Claudio Borghi Aquilini elogia la sua straordinaria preveggenza sui guasti dell'Europa e lui alza il braccio in segno di vittoria. Con un candore quasi infantile. E accetta pure quella presidenza che sa di strapuntino.
Sul palco salgono anche l'olandese Geert Wilders, autore del film anti islamico Fitna, l'austriaco Heinz-Christian Strache, erede di Jörg Haider, il francese Ludovic de Danne, portavoce di Marine Le Pen. È l'internazionale dei no euro, l'armata euroscettica, l'altra Europa. Se la prendono anche loro con l'islam, con gli immigrati, con i tecnocrati di Bruxelles. Bossi li osserva sospettoso. Salvini invece li scavalca a destra: «Faremo una manifestazione comune a Bruxelles a marzo, poi presenteremo una piattaforma unitaria per le Europee. La Lega se fa la Lega può arrivare al 10 per cento. Dobbiamo mandare a casa i criminali e gli assassini di Bruxelles». E di nuovo piovono vaffa su vaffa, fra standing ovation, elmi celtici, striscioni inneggianti all'altro Matteo.
di Stefano Zurlo (Giornale)