venerdì 31 gennaio 2014

Vicenza, l'assessore Pd difende il proprio operato: «I sinti sono persone come noi». Apriti cielo. Urla e proteste all'assemblea.

31/01/2014. Ieri sera l'assessore ha incontrato una settantina di residenti di via Zamenhof difendendo l'operato dell'amministrazione ma i cittadini si ribellano.
VICENZA. «I sinti sono persone come noi, cittadini come noi, vicentini come noi». Apriti cielo. Le parole dell'assessore Isabella Sala e le successive grida belluine che le hanno accolte appartengono da ieri pomeriggio già alla storia cittadina. Una sorta di “Sala contro tutti”, andato in scena in una pizzeria di via Zamenhof. Da una parte l'assessore alla Comunità e al sociale, dall'altra una settantina di persone, promotori e simpatizzanti del neonato Comitato di via Zamenhof, tutti preoccupati che la ventilata ipotesi di trasferire lì il campo nomadi di viale Cricoli diventi realtà. Oltre a via Zamenhof, l'altra possibilità trapelata è un'area a Carpaneda. Tra l'opposizione di chi proprio in via Zamenhof ci lavora da un lato, e del sindaco di Creazzo dall'altro; si riaffaccia oggi la preoccupazione dei residenti di San Pietro in Trigogna dove l'eventualità di un nuovo campo nomadi era già stata sussurrata nel 2010.
NON QUI. «Portare qui un campo nomadi vuol dire deprezzare il valore immobiliare dell'area e dire addio all'investimento fatto», spiega Luciano Arcaro (...)
di Federico Murzio (GDV)

Il segretario del Carroccio tuona contro il presidente della Camera Boldrini: "Gestione da Corea del Nord"

Non solo i grillini, ma anche la Lega si scaglia contro Laura Boldrini. Il segretario del Carroccio, Matteo Salvini, ha chiesto a gran voce le sue dimissioni. 
"La sua gestione della Camera da parte della presidente Boldrini è pessima, si dovrebbe dimettere. Una gestione del genere non si vede nemmeno nel Parlamento della Corea del Nord", ha affermato a Omnibus Salvini. Che poi ha aggiunto: "La presidente Boldrini non è capace. Può andare a fare altro: andare in giro per il mondo a parlare di diritti umani che le viene bene. Ma non fare la presidente della Camera: i casini che ci sono sotto la sua gestione non ci sono a memoria d'uomo, non esiste il togliere il diritto di parola a chi non la pensa come te. E se il g overno non è in grado di valutare i tempi e i modi per approvare un provvedimento che mette insieme le pere e le mele è un problema del governo, non è un problema dell'opposizione".
di Luisa De Montis (Giornale)

giovedì 30 gennaio 2014

Vicenza. Furti e bancomat: 24 nomadi a processo. Facevano il pieno alle loro Porsche e auto di lusso con conti correnti altrui

Furti e bancomat, 24 nomadi a processo. Molti i colpi messi a segno a Vicenza. Erano stati scoperti dai carabinieri grazie anche all'uso di telecamere. Facevano il pieno ad una Porsche Panamera con i conti correnti altrui.
VICENZA. Furti e indebiti utilizzi di bancomat, 24 nomadi - molti dei campi cittadini oggetto di cronaca nei giorni scorsi per le bollette pagate dal Comune - davanti al giudice. Il pubblico ministero Silvia Golin ha chiuso le indagini ed ha chiesto il rinvio a giudizio a carico della banda che era stata sgominata dai carabinieri della stazione di Vicenza nell'ottobre del 2012. Sono 37 i capi di imputazione formulati dalla procura, e che saranno discussi nel corso dell'udienza preliminare, che sarà celebrata in maggio davanti al giudice Massimo Gerace. Non è escluso che alcuni degli imputati scelgano di patteggiare.
Era la gang che faceva il pieno gratis. Sempre nello stesso distributore, nei fine settimana, al self-service. E non certo per risparmiare, visto che la benzina non la pagavano mai. Le loro auto di lusso consumavano parecchio, ma non era un problema: usavano, secondo l'accusa, il bancomat delle vittime di furti. 
L'indagine - che ha portato a sette arresti - era stata avviata nell'estate di due anni fa.
Diego Neri (GdV)

mercoledì 29 gennaio 2014

I laureati italiani vanno all’estero e qui restano gli stranieri disoccupati

Sono italiani, giovani, laureati e brillanti. E se ne vanno.  Per loro meglio la Merkel, David Cameron e persino Francois Hollande rispetto ad  Enrico Letta.  Intanto qui continuano ad arrivare immigrati a bassa scolarizzazione: rumeni ma anche molti cittadini africani soprattutto dalle aree colpite dalla guerra.
Anche gli ultimi dati Istat (http://www.istat.it/it/archivio/stranieri)  sulle migrazioni internazionali ed interne confermano un fenomeno preoccupante che però il nostro governo sembra volutamente ignorare. Di anno in anno cresce esponenzialmente il numero dei giovani italiani istruiti e  con profili di alta specializzazione che emigrano verso altri paesi europei o addirittura più lontano, Usa, Canada, Australia. Insomma questi giovani acquistano qui le competenze  che poi invece “regalano” all’estero. Il perchè è purtroppo evidente a tutti: niente lavoro o al massimo impieghi precari e sottopagati. E le nostri istituzioni assistono indifferenti all’esodo di un patrimonio umano preziosissimo che rappresenta in concreto il futuro del nostro paese .
L’Istat conferma che anche in piena crisi  l’Italia mantiene il suo appeal nei confronti degli stranieri: 351.000 nuovi ingressi. In calo di 35.000 unità rispetto all’anno precedente.  La comunità straniera più rappresentata è quella rumena, 82.000 iscrizioni, seguono i cinesi con 20.000 iscrizioni. Crescono  gli arrivi dei cittadini africani, più 1,2. Le regioni che attraggono di più gli stranieri sono sempre quelle del Nord-Est.  Dati che Simona Bordonali, assessore leghista alla Sicurezza, Protezione civile e Immigrazione della Lombardia commenta  con preoccupazione. <Il rapporto Istat certifica come questo paese continui ad esportare laureati, -dice la Bordonali.-  Ben 9.000 quelli fuggiti all’estero nel 2012, e a far arrivare nuovi immigrati con bassa scolarizzazione sui non si possono offrire né un lavoro né una prospettiva>. L’assessore evidentemente si riferisce all’allarme lanciato pochi mesi fa dai  tecnici della Direzione generale immigrazione e politiche di integrazione del ministero del Lavoro. Il suggerimento dei ministero del Lavoro era quello di non aprire nuovi flussi visto che sul territorio italiano sono già presenti 511.365 stranieri disoccupati”ufficiali”.
Il dato  più preoccupante rispetto alle prospettive future di sviluppo del paese è l’aumento delle emigrazioni di cittadini italiani dai  51.000 del 2007 ad oltre  68.000 nel 2012, più 35,8  rispetto  all’anno precedente. Complessivamente gli emigranti sono stati 106.000, di questi 38.000 erano stranieri. Ma chi sceglie di lasciare l’Italia? Gli italiani sono soprattutto giovani e maschi intorno ai 29 anni di età. E per la maggioranza sono laureati, uno su tre,  o diplomati. Scelgono di andare in Germania, Regno Unito, Svizzera e Francia.
Di Francesca Angeli   

martedì 28 gennaio 2014

Vicenza, il presidente dei Sinti: “Il sindaco paghi i conti ma si scordi di far lavorare i nomadi»


Vicenza: secco rifiuto di rom e sinti al sindaco che salda 60mila euro di bollette del campo sosta, proponendo loro dei lavori socialmente utili.
«Il sindaco Variati non può obbligare nessuno a lavorare, tantomeno un nomade». Davide Casadio, presidente dell’associazione “Sinti italiani in viaggio per il diritto e la cultura” è stato chiaro nel rispondere, attraverso un quotidiano locale, al primo cittadino di Vicenza che pretendeva un minimo di  collaborazione e disponibilità da parte della comunità nomade nel tentativo di giustificare in qualche modo l’esborso di ingenti cifre dalle casse del Comune per  pagare le bollette di diverse famiglie sinti.
Dopo le aspre critiche sollevatesi in città infatti, il piddino Achille Variati, aveva tentato di mostrare il suo volto più duro:  «Segnaleremo i finti poveri alla guardia di finanza e chi non accetterà di svolgere lavori socialmente utili non vedrà un euro e nei casi di false dichiarazioni porteremo mamme e figli all’albergo cittadino».
Ipotesi subito rispedita al mittente dai sostenitori della minoranza nomade, a partire appunto da Casadio: «Impossibile».
Lavori socialmente utili (tipo lo sfalcio dell’erba o la pulizia delle strade) in cambio del pagamento di bollette arretrate  (per quasi 60 mila euro) di luce e gas di due campi sosta ? Mai e poi mai.
«Nessuno può essere obbligato a lavorare, nemmeno un nomade. E anche per quanto riguarda il volontariato: o lo si fa perché si crede in un’idea, in un principio, altrimenti che senso ha?».
Dal canto loro, molti vicentini si chiedono nel frattempo perchè  il Comune in meno di tre anni  abbia sborsato ben 125 mila euro per pagare i conti dei due accampamenti.
Una volta emerso il caso, gli esponenti della Lega Nord hanno immediatamente chiesto le dimissioni dell’assessore ai Servizi Sociali, Isabella Sala.
La risposta che arriva dai rappresentanti dei nomadi, che trovano il sostegno di parte della sinistra e dei centri sociali, è la solita: è un obbligo del  Comune  aiutare chi si trova in difficoltà ma lo stesso Comune non deve manco azzardarsi a chiedere alcunchè in cambio. «Credo che sia un concetto fondamentale» precisa Casadio, citando a menadito l’articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge...” 
Ma come sempre c’è chi è più uguale degli altri, chi conosce soltanto diritti ma rifiuta qualsiasi dovere.
Roberto Brusadelli

lunedì 27 gennaio 2014

Piccole Kyenge in tv: mi manda mamma... ma non bisogna stringere la mano ai leghisti

Maisha vuole fare moda, Giulia invece canta e duetta con Giorgia. Almeno per loro il ministro dei giovani ha fatto qualcosa.
Non è vero che il ministro Kyenge non fa nulla per i giovani. L’altra sera, per esempio, ha mandato due ragazze, una di 18 anni e una di 20, in televisione e ha dato loro l’opportunità di farsi conoscere. Una delle due ragazze, quella diciottenne, è un’aspirante cantante  e ha avuto modo di ricevere i consigli di una grande stella della musica italiana come Giorgia. Per un attimo ha anche duettato con lei, mostrando all’intera Italia le sue doti canore. Un po’ scarsine per la verità, ma c’è sempre tempo per rifarsi. E poi i sogni vanno coltivati. I giovani vanno aiutati, vero cara Kyenge? Ah, dimenticavo: le due ragazze sono le figlie del ministro.
Giulia e Maisha, 18 e 20 anni,  infatti, sono state ospiti alle Invasioni Barbariche. La conduttrice, Daria Bignardi, ha pronunciato quasi con imbarazzo il loro vero cognome, Crispino, ma poi le ha sempre chiamate Kyenge. Anche nel sottopancia figuravano come Giulia Kyenge e Maisha Kyenge (che la legge sul cognome della mamma sia già entrata in vigore a nostra insaputa? O si applica solo alle figlie dei ministri?). La prima parte dell’intervista è stata piuttosto rapida, dalle 21.42 alle 21.57 con pubblicità in mezzo. Le due ragazze hanno ripetuto qualche banalità sul fatto che nel mondo «c’è sempre un positivo e un negativo», che gli atteggiamenti della gente «dipendono dagli ambienti» e che loro «appartengono alla generazione che deve ricostruire questo Paese». Applauso. Un elogio per la mamma che è «calma» (in effetti, si vede, forse fin troppo: sembra che dorma), un’accusa generica ai controllori degli autobus di Modena bollati come razzisti e poi il rifiuto di stringere la mano a Matteo Salvini, segretario Lega Nord, che le aveva precedute al tavolo. «La mamma non vuole», hanno dichiarato.
Ecco: appunto. La mamma non vuole che stringano la mano a Salvini, però ci tiene assai che abbiano le giuste opportunità. Come tutti gli altri, magari anche un po’ più di tutti gli altri. Per i giovani italiani, infatti, non si può dire che finora il ministro abbia fatto molto, visto che la disoccupazione degli under 30 ha toccato livelli mai visti prima. Per le sue figlie, invece, come ogni genitore, è disposta a far di tutto. E, così, sia Maisha che Giulia hanno avuto la possibilità di raccontare in prima serata i loro sogni, sentenziando con un po’ di spudoratezza che «oggi bisogna fare ciò che ci piace». Certo, come no? Bisogna fare ciò che piace: se si è figli di ministri forse si può. 
Ma tant’è: quello, per il momento, non è il loro problema. Maisha racconta, infatti, che studia scienza del costume e moda. Giulia invece rivela: voglio fare la cantante. La sua carriera è già avviata, dalla corale lirica al pop-jazz. Anche il modello è stato scelto: Beyoncé. Di colore come la cantante americana, bionda finta come la cantante americana, Giulia ha cominciato la sua trasformazione. Adesso restano solo da adeguare le corde vocali. Infatti alle 23.39, quando è stata richiamata in studio dalla Bignardi, con la sorella, per esibirsi con Giorgia, non è sembrata molto in forma. Hanno intonato: «Quando una stella muore, che brucia ma non vuole, l’universo se ne accorgerà», ma il coro del pullman in gita scolastica avrebbe fatto migliore impressione. «Sei giovane, hai tutto il tempo», ha provato a consolarla la star italiana. «Canti con dolcezza», ha aggiunto, cercando disperatamente di trovare qualcosa di positivo nel flebile sussurro uscito dalla bocca dell’aspirante Beyoncé. E la Bignardi impietosa: «Giudizio troppo buono…».
Ora il Paese s’interroga: ce la farà Giulia a diventare una cantante? Ce la farà a diventare una star? Noi glielo auguriamo, ovviamente. Con tutto il cuore. Così come auguriamo a sua sorella Maisha di avere successo nel campo della moda. Certo, fa un po’ effetto che le due figlie del ministro all’Integrazione, rappresentante della sinistra più impegnata e perbenista, abbiano sogni così lustrini e paillettes. Ma come? Non erano quelli che si scandalizzavano dei ragazzi in coda per un posto ad Amici? Non erano quelli che demonizzavano i sogni accesi dai talent musicali? Non erano quelli che mettevano in guardia dal facile successo davanti alla telecamera? Non erano quelli che accusavano la cultura berlusconiana di aver creato l’effetto veline-Grande Fratello, la voglia di apparire a tutti i costi, di mettersi in mostra e esibirsi in Tv? E adesso mandano i loro figli davanti alle telecamere? Per dire che vogliono fare le cantanti? E per duettare con la star?
Noi auguriamo il successo a Giulia, ma ci permettiamo di chiedere un po’ di coerenza, al ministro Kyenge: se proprio ci tiene al successo musicale di sua figlia, faccia pure. La mandi a Porta a Porta a duettare con Al Bano, ad Amici a gareggiare con Moreno, la mandi nel salotto di Fabio Fazio che fa sempre e comunque chic. La mandi dove vuole e come vuole, le organizzi il Kyenge-Tv-Tour, mettendola in guardia dall’unico pericolo: l’incontro con un leghista. Anzi, di più: la mandi direttamente a Sanremo, se l’orchestra la sostiene un po’ magari ce la fa, e tutt’al più, non importa, noi al massimo ci tappiamo le orecchie e sopportiamo. Il ministro delle politiche giovanili deve fare tutto quello che crede, da cuor di mamma, per la sua fanciulla che sogna di diventare Beyoncé. Ma poi, la supplichiamo, faccia qualcosa anche per gli altri ragazzi che hanno la sfortuna di non essere figli suoi. Perché, lo sa?, altrimenti verrà anche a loro una gran voglia di cantare una canzone. Che fa più o meno così: te ne vai o no, te ne vai sì o no?
di Mario Giordano

Razzista al contrario. Pordenone, Kyenge fa cacciare un consigliere leghista

Il consigliere si alza e viene allontanato dalle dagli agenti della Digos. Perché? Per una maglietta padana.
La guerra tra Cecile Kyenge e la Lega Nord prosegue. Il ministro dell'Integrazione ora "censura" chi la critica e chi non la pensa come lei. Soprattutto se a farlo sono degli esponenti del Craroccio. Ne sa qualcosa il consigliere comunale della Lega Nord di Pordenone, segretario cittadino del Carroccio, Riccardo Piccinato, che è stato allontanato dalla sala consiliare poco prima che iniziasse l’intervento del ministro dell’Integrazione Cecile Kyenge. 
Il fatto - Il consigliere si è alzato, mostrando con una t-shirt che inneggiava al movimento, leghista e ha tentato di raggiungere il ministro, ma è stato subito bloccato dagli uomini della Digos. Solo dopo che l'uomo è stato portato fuori dall’aula, il ministro Kyenge, che al suo arrivo in prefettura era stata accolta da fischi, ha cominciato il suo intervento. Insomma, per il dissenso, dalle parti della Kyenge non c'è spazio. Tra il ministro e il Carroccio il sereno non si vede nemmeno all'orizzonte. Quello di Pordenone non è infatti l'ultimo caso di "censura" da parte della Kyenge.
Il precedente -  Qualche mese fa, a maggio 2013, il ministro dell'Integrazione era in visita a Milano. In quella occasione il capogruppo in consiglio comunale della Lega Nord Alessandro Morelli cercò di avvicinarsi al ministro per stringergli la mano. Anche per lui tempestivo arrivò il "placcaggio" degli uomni della scorta. Lo staff di Kyenge provo a spiegare che si trattava di una "questione di sicurezza". Ora a quanto pare pure indossare una t-shirt può essere interpretato come un "attentato" alla sicurezza di Cécile...
da Libero Quotidiano

domenica 26 gennaio 2014

Immigrati, rifiuti e ospedali: la Lega "detta legge" al Nord

Vertice tra il segretario Salvini, i presidenti di Regione e gli amministratori padani. Dal bonus bebè alle tasse, ecco le politiche comuni per Lombardia, Piemonte e Veneto.
Così, se a Roma si parla di riforma della cittadinanza e della legge sull'immigrazione, il Carroccio fa proposte in netta controtendenza. Quindici anni di residenza in Regione prima di poter accedere a tutti i contributi economici messi a disposizione per i cittadini. È uno degli impegni comuni assunti ieri dai presidenti leghisti di Lombardia, Veneto e Piemonte, Roberto Maroni, Luca Zaia e Roberto Cota, dopo una riunione degli amministratori della Lega con il segretario, Matteo Salvini. Un «coordinamento del Nord» che tornerà a riunirsi periodicamente. L'incontro si è svolto in un albergo di Milano.
«Pensiamo a 15 anni di residenza in Regione obbligatoria per accedere a case popolari, fondi per studenti, aiuti alle famiglie per pagare gli affitti, bonus bebè per i nuovi nati» spiega il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini. Un modo indiretto per escludere gli immigrati? «Vogliamo dare la priorità a coloro che risiedono in Regione da più tempo e pagano le tasse da più tempo. Per l'erogazione di alcuni contributi, si arriva al 60 per cento di assegnazione agli immigrati. Noi vogliamo aiutare prima gli italiani in difficoltà». Salvini proclama anche una specie di stop all'accoglienza: «I governatori non accoglieranno più profughi di qualsiasi tipo, perché abbiamo già dato».
Presidenti, assessori e consiglieri regionali della Lega si sono confrontati per circa quattro ore, concludendo con una serie di politiche comuni. Oltre ai criteri di residenzialità (da elevare fino a quindici) e il no all'accoglienza dei rifugiati, le proposte sono: «Eliminare il bollo per i motorini» nelle 3 Regioni, «non accogliere rifiuti di altre Regioni», tenere aperti gli ospedali tutta la notte, come accade in Veneto. E ancora: estendere dalla Lombardia il contributo per i genitori separati con minori a carico, potenziare l'agricoltura a chilometro zero, ridurre i ticket sui farmaci in Lombardia. «Vogliamo fare il contrario di Roma sia sul piano fiscale che delle politiche sociali - sintetizza Salvini - E intendiamo organizzare un megasondaggio per l'indipendenza».
Un regionalismo spinto. Per ottenere la cittadinanza, servono dieci anni di residenza nel territorio italiano. Una proposta come quella della Lega, al di là della difficoltà ad essere approvata nei vari consigli regionali, inevitabilmente rischia di determinare contenziosi. È quel che è già accaduto in Lombardia, dove esiste un tetto minimo di cinque anni di residenza in Regione per accedere ai contributi per separati e alle case popolari. «I ricorsi di cittadini, sindacati, associazioni di categorie sono stati numerosi, ma per noi resta il significato politico della proposta» spiega Matteo Salvini.
Continua anche lo scontro con il ministro dell'Integrazione, Cecile Kyenge. Il consigliere comunale della Lega di Pordenone, Riccardo Piccinato, che è anche segretario cittadino del partito, è stato allontanato dall'aula dopo aver tentato di raggiungere la ministra prima del suo intervento. Gli uomini della scorta e agenti della Digos lo hanno bloccato e portato fuori. Al suo arrivo in prefettura, la Kyenge è stata poi accolta da fischi e insulti. Salvini commenta: «Noi continuiamo a invitarla a un dibattito sui contenuti, sull'immigrazione, ma lei rifiuta il confronto. Scappa».
di Sabrina Cottone (Giornale)

sabato 25 gennaio 2014

Comuni del Veneto: “Non vogliamo più rifugiati, ci lasciano solo debiti”

Non ne possono più. Lo Stato fa arrivare clandestini a migliaia senza voler contenere l’invasione. E i comuni sono costretti a sopportare scelte scellerate.
In Veneto non ne vogliono più sapere, così commenta Giorgio Dal Negro, presidente di Anci Veneto e sindaco (Forza Italia) di Negrar – nel Veronese
Ci sono comuni che aspettano i rimborsi da tre anni. La nostra è una regione ospitale, ma stavolta al ministero dell’Interno dico che non ci sono le condizioni.
D’altronde ai comuni non conviene chiaramente. Le amministrazioni che accoglieranno la richiesta di ospitare i rifugiati riceveranno un rimborso di 30 euro al giorno più Iva. Comprenderà vitto, alloggio, gestione amministrativa dell’ospite, assistenza per la richiesta di asilo, mediazione linguistica, vestiti e prodotti per l’igiene, oltre a 2,50 euro al giorno per i profughi e una ricarica telefonica di 15 euro. Soldi che però, secondo Dal Negro, alle singole amministrazioni torneranno chissà quando.
Senza dimenticare il problema sociale. «Un sindaco non può accettare che sul territorio ci siano decine di persone nullafacenti. Deve essere creata una legislazione extracontrattuale che consenta di utilizzare questi profughi facendogli fare dei lavori utili alla cittadinanza. Un sindaco deve avere l’autorità di far lavorare queste persone senza che qualcuno venga a controllare se ad esempio vengono versati i contributi».
Christian De Mattia (Radar)

venerdì 24 gennaio 2014

Vicenza. Grido di dolore dei rom: "Non potete farci lavorare"

Il sindaco Variati (Pd) paga le bollette ma in cambio chiede di svolgere qualche attività. Loro dicono no, incoraggiati dai centri sociali.
«Il sindaco Variati non può obbligare nessuno a lavorare, tantomeno un nomade». Davide Casadio, presidente dell’associazione Sinti Italiani in viaggio per il diritto e la cultura, non accetta che il primo cittadino di Vicenza (Pd), dopo la decisione del Comune di pagare 59 mila euro per saldare le bollette arretrate di luce e gas di due campi rom, abbia chiesto in cambio ai loro abitanti di svolgere qualche attività socialmente utile, come la pulizia delle strade o lo sfalcio dell’erba. 
Casadio sostiene, e in questo caso è d’accordo con Variati, che i sinti devono essere trattati come le altre famiglie della provincia veneta che non hanno reddito. Il rappresentante dei rom però sottolinea che il Comune è obbligato ad aiutare chi si trova in difficoltà - quindi a saldare eventuali insoluti - e che in cambio, dunque, non deve chiedere un bel niente. «Credo che sia un concetto fondamentale» precisa Casadio, «pensiamo all’articolo 3 della Costituzione». Insomma, i rom come al solito hanno soltanto diritti e nessun dovere. Vivono negli accampamenti per una scelta di vita, devono essere serviti e riveriti dalle amministrazioni locali e, si capisce, devono anche essere equiparati a quelle migliaia di famiglie che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese e che per riuscire a pagare le bollette di casa - quando ci riescono - fanno i salti mortali. 
Domani, a Vicenza, ci saranno due manifestazioni opposte. I gruppi di centrodestra si ritroveranno alle 16 davanti al municipio per il “No bolletta day”. Porteranno le loro bollette di luce e gas e chiederanno all’amministrazione di farsene carico. I centri sociali invece manifesteranno un’ora prima in piazza Castello contro chi ritiene sacrosanto che i nomadi si sdebitino con qualche lavoretto utile alla cittadinanza. Forse 59 mila euro (nel solo 2013), per gli amici dei centri sociali non sono abbastanza.  Nei due accampamenti, in viale Cricoli e via Diaz, vivono complessivamente più di 120 persone. Alcune famiglie, poco prima di Natale, erano rimaste senza gas ed elettricità perché non avevano pagato gli arretrati. L’amministrazione comunale, quindi, si era fatta carico della questione versando la somma all’azienda municipalizzata che eroga il servizio. E non si è trattato certo della prima volta se è vero, com’è vero, che negli ultimi tre anni il Comune di Vicenza ha sborsato la bellezza di 110 mila euro per pagare i conti di luce e gas dei due accampamenti. La spesa, sommata ai contributi per i buoni pasto, le medicine, e il sostegno scolastico, ha raggiunto i 125 mila euro. Variati fa presente che d’ora in poi chi non accetterà di svolgere lavori socialmente utili non riceverà più un centesimo e che i finti poveri verranno segnalati alla Guardia di Finanza: «Dobbiamo ridare dignità a chi vive là, tra topi e sporcizia. Non facciamo buonismo. Molti dicono “ecco loro li aiutate e noi no”. Ma basta avere l’Isee basso - precisa il sindaco - e tutti hanno diritto. Sui nomadi poveri o finti si indagherà. Basta logica assistenzialista. Se rifiutano il lavoro - prosegue - e pensano di usare i bambini per evitarlo, porteremo le madri e i figli fuori dal campo, nell’albergo cittadino». Vedremo se sarà così.
Il caso, a Vicenza, ha scosso sia la maggioranza di centrosinistra, al cui interno non mancano gli esponenti che criticano la decisione della giunta, sia l’opposizione. La Lega ha immediatamente chiesto le dimissioni dell’assessore ai Servizi Sociali, Isabella Sala. Sergio Berlato, europarlamentare vicentino di Forza Italia, sostiene che è «una forzatura fuori luogo» paragonare i residenti vicentini agli zingari. Si chiede se il Comune abbia verificato «se i bambini frequentino regolarmente la scuola e se il contesto familiare gli garantisca un percorso educativo sufficiente». Berlato rispedisce al mittente l’invito a vergognarsi rivoltogli da Variati e ribadisce che prima dei rom vanno aiutate le famiglie vicentine in difficoltà. Ma questo, secondo i centri sociali che manifesteranno domani, è puro razzismo.
di ALESSANDRO GONZATO

giovedì 23 gennaio 2014

Sporco bianco": in Francia, condannato per insulti razzisti

Il primo caso nella storia del Paese: quattro anni di reclusione a un ragazzo di origini algerine.
Esiste anche il razzismo verso i bianchi. Se qualcuno avesse avuto ancora dei dubbi, questi vengono spazzati via da una sentenza di un tribunale francese, che per la prima volta nella storia del Paese ha emesso una condanna per razzismo contro un bianco. 
Il condannato, Arnaud Djender, un trentenne di origini algerine, si trovava con un amico alla Gare du Nord di Parigi, una delle stazione della capitale transalpina, quando hanno iniziato a litigare con un ragazzo ventenne. Dal litigio si è passati alle mani, e il ragazzo nella colluttazione è rimasto sfigurato al volto. La rissa è stata inoltre accompagnata da una serie di insulti, tra cui anche "sporco bianco" e "sporco francese". La corte ha giudicato questi insulti razzisti, e non ha esitato nel condannare Djender a quattro anni di reclusione. Il suo avvocato ha invece dichiarato: "Ho paura che questa sia soprattutto una presa di posizione per evidenziare l'esistenza del razzismo anti-bianco", ritenendo che la condanna sia ingiusta perché il suo cliente "è di pelle chiara".
da Libero Quotidiano

mercoledì 22 gennaio 2014

Sulla Padania l'elenco dei senatori che hanno abolito il reato di clandestinità

Dopo "Qui Kyenge" e "Qui Zanonato", altra iniziativa "forte" del quotidiano leghista. 
Matteo Salvini, nei suoi lunghi anni di militanza leghista, è stato a lungo il direttore di Radio Padania, storica voce nell'etere del popolo del Carroccio. Non è un caso, allora, che da quando l'ex enfant prodige ha assunto le redini del partito, la sua aggressività politica abbia contagiato anche l'organo di stampa ufficiale di via Bellerio, la cui redazione sta proprio accanto a quella della radio.
La prima iniziativa-choc della direttrice Lussana era stata quella di pubblicare gli spostamenti e gli appuntamenti del ministro per l'Integrazione Cecile Kyenge (informazioni peraltro consultabili sul sito internet dello stesso ministero). "Qui Kyenge" si intitola la rubrica, che trova spazio nella pagina dedicata alle iniziative del Carroccio sul territorio. Poi, il "trattamento" è stato esteso al ministro per lo Sviluppo economico Flavio Zanonato ("Qui Zanonato") e al presidente del Consiglio ("Qui Enrico Letta").
Ieri, per la Lega, è arrivato il "cataclisma", quella eliminazione (di fatto) del reato di clandestinità votata dal Senato e contro la quale alcuni parlamentari padani la scorsa settimana avevano anche occupato simbolicamente l'ufficio del presidente di Palazzo Madama, Piero Grasso. E così oggi "La Padania" ha deciso di pubblicare sulla sua ultima pagina l'elenco completo dei senatori della Repubblica che hanno votato sì al ddl del governo: ci sono tutti i piddini, tutti gli alfaniani, tutti i 5 stelle (alla faccia di Grillo e dei suoi passati diktat sulla materia dell'immigrazione), sei senatori di Scelta civica, i 9 di "Per l'Italia", quelli delle Autonomie, quelli del gruppo Misto e pure quattro di Forza Italia (che a stragrande maggioranza ha votato contro il governo): Franco Cardiello, Salvatore Sciascia, Riccardo Villari e l'ex sottosegretario alla Giustizia Francesco Nitto Palma.
da Libero Quotidiano

Il golpe del governo sull'immigrazione: clandestini legalizzati

Blitz del governo nel ddl svuota carceri: entrare in Italia abusivamente non è più reato. Il sì al Senato da Pd e Ncd. Indebolita la Bossi-Fini, insorgono Lega e Fi.
Il Senato abolisce il reato di immigrazione clandestina. Ora il provvedimento, contenuto nel ddl delega sulle misure alternative al carcere, passa alla Camera accompagnato dalle feroci polemiche della Lega e la bocciatura di Forza Italia. 
Una maggioranza ibrida (Pd e Nuovo Centrodestra) e poco coraggiosa licenzia un provvedimento confuso preferendo inserire una norma «manifesto», l'abolizione del reato di ingresso clandestino, in una legge delega senza affrontare nel suo complesso la materia immigrazione e l'eventuale riforma della Bossi-Fini. La legge approvata nel 2002 di fatto non viene toccata (il reato di clandestinità venne introdotto nel 2009 con il pacchetto sicurezza) e si ritorna così all'illecito amministrativo per il quale è prevista l'espulsione. Il penale scatta in caso di recidiva se non si rispetta il provvedimento di espulsione.
Ma il passo compiuto ieri dal Senato è inverso rispetto a quello fatto nel 2002 dalla Bossi-Fini che rappresentava un irrigidimento delle norme precedenti mentre ora le maglie si allargano. Palazzo Madama trasmette un messaggio di indebolimento delle frontiere proprio nel giorno in cui il ministro degli Esteri, Emma Bonino, lancia un monito sulla questione sicurezza e sul rischio di accogliere inconsapevolmente terroristi di fronte al movimento di milioni di persone che fuggono dalla guerra e dalla fame e con la Libia completamente fuori controllo. «In milioni di rifugiati, tra donne e bambini, trovano facile nascondiglio tutta una serie di altri signori. - avverte la Bonino - Si tratta di un problema europeo perché l'Italia è un Paese di transito e dove vanno a finire le cellule dormienti è una questione europea».
Non stupisce che Maurizio Sacconi, Nuovo Centrodestra, si affanni a spiegare che con il provvedimento di ieri si «ripristina integralmente la Bossi Fini che considerava illecito amministrativo il primo ingresso» e che chi entra illegalmente nel nostro paese sarà comunque colpito dal provvedimento di espulsione. Sacconi cerca di evitare brutte figure al leader di Ncd, l'attuale vicepremier e ministro dell'Interno, Angelino Alfano, che ha più volte ribadito «la Bossi-Fini non si tocca». Ma l'intervento di Sacconi viene corretto a sinistra da Luigi Zanda del Pd. «L'immigrazione clandestina non è più reato - dice Zanda -. È tornata ad essere illecito amministrativo: questo è il senso della norma approvata e voluta dal Pd». Ed infatti la maggioranza non ha approvato un emendamento chiarificatore del senatore Fi Giacomo Caliendo, che esplicitava il ricorso all'espulsione in caso di ingresso clandestino. Diverse «interpretazioni» frutto della confusione che regna nella maggioranza secondo il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri. «Cancellando il reato d'immigrazione clandestina si incoraggiano i trafficanti che sul Mediterraneo sono colpevoli di orribili stragi - attacca Gasparri -. Il Ncd che guida il ministero dell'Interno contraddice le dichiarazioni fatte più volte. Con la sinistra ci si può confrontare sulle regole ma non ci si può consegnare su scelte decisive come il contrasto all'immigrazione clandestina».
E la portata della decisione presa ieri dal Senato è ben riassunta nella dichiarazione del ministro per l'Integrazione, Cécile Kyenge. «Chi per la prima volta entra clandestinamente nel nostro paese non verrà più sottoposto a procedimento penale - annuncia la Kyenge - la maggioranza espressa al Senato è indice di civiltà». Sul fronte opposto il segretario della Lega, Matteo Salvini. «L'abolizione del reato di clandestinità è un attentato alla sicurezza dei cittadini italiani».
di Francesca Angeli (Giornale)

martedì 21 gennaio 2014

Clandestino è reato: diluvio di firme per la campagna di Radio Padania

Il direttore Morelli: appoggiano l'iniziativa anche elettori del Pd e grillini. 
Sta riscuotendo un notevole successo, anche al di là dell’elettorato del Carroccio, l’iniziativa di Radio Padania Libera contro l’abolizione del reato di clandestinità. «In questi giorni la mobilitazione è stata massiccia - spiega Alessandro Morelli, direttore della Radio e  promotore dell’iniziativa - con i presidi davanti alle carceri e le proteste nelle sedi istituzionali. Ma è proprio da questa “raccolta di firme” telematica che che ci vengono le soddisfazioni più grandi. I messaggi che arrivano a Radio Padania spesso non sono soltanto militanti o simpatizzanti del Movimento, ma anche di chi si dichiara appartenente ad altri schieramenti politici, compresi Grillini e Partito Democratico». 
All’indirizzo di posta elettronica clandestino.reato@radiopadania.net, si invitano gli ascoltatori, leghisti e no, ad aderire alla campagna. E difatti l’inizio è stato più che incoraggiante, come dimostrano le già numerosissime firme di cui qui sotto pubblichiamo la prima tranche.

lunedì 20 gennaio 2014

Pezzopane (Pd): "Sterminiamo tutti quelli del centrodestra".. e si facevano chiamare "democratici"

La presidente della Provincia dell'Aquila usa parole da "soluzione finale" parlando del centrodestra.
Una frase da brividi, che ha un po' il terribile e sconcertante sapore della soluzione finale. "Uniamoci e sterminiamoli tutti". Parole e musica della senatrice del Pd Stefania Pezzopane, presidente della Provincia dell'Aquila. La frase è stata gridata nel corso della manifestazione a sostegno di Massimo Cialente, il sindaco dell'Aquila costretto alle dimissioni per gli scandali sulla ricostruzione che lo hanno lambito, una manifestazione durante la quale i suoi sostenitori chiedevano all'ex sindaco di tornare sui suoi passi e in cui la Pezzopane non ha perso l'occasione per iniziare la campagna elettorale in vista delle prossime Regionali. Una frase sconcertante di cui ha dato conto Il Centro, quotidiano abruzzese, che ha sottolineato i "toni duri e melodrammatici" della senatrice. Pezzopane, la senatrice che vuole "sterminare" il centrodestra. Tutto.
da Libero Quotidiano

domenica 19 gennaio 2014

Padova, la Lega Nord manifesta mentre i “compagni democratici” dei centri sociali aggrediscono

Sassaiola contro il presidio davanti al carcere, sede imbrattata e insulti a Salvini.
Fango e uova contro i militanti del Carroccio che manifestavano davanti al Due Palazzi di Padova per dire no al decreto svuotacarceri. È arrivata da un centro sociale padovano, il Gramigna, la risposta “democratica” alla protesta del Carroccio davanti agli istituti di pena del Nord per ribadire che i criminali devono rimanere in cella. L’aggressione ai leghisti è avvenuta nella mattinata, durante il presidio davanti ai cancelli della prigione padovana: una ventina di giovani esponenti del centro sociale hanno dapprima insultato i militanti del Carroccio poi li hanno bersagliati con una “sassaiola” di fango e uova, alla quale ha messo fine la polizia con una carica di alleggerimento. Gli "antagonisti" ci hanno riprovato più tardi, quando in città è arrivato il segretario del Carroccio Matteo Salvini. Anche qui sono state le forze dell’ordine a tenere a bada gli autonomi, che hanno potuto solo sparare qualche slogan antileghista e musica a tutto volume, in mezzo agli sguardi allibiti dei cittadini. «Se siamo razzisti e delinquenti, come urlano i centri sociali - ha commentato Salvini - lo possono decidere i padovani. A noi piace esprimerci liberamente, non facendo confusione. Mi sembra una follia che la polizia deva essere impegnata per queste situazioni».
Altro esempio di democrazia da centro sociale è stato infine lo scempio della sede padovana della Lega: all’ingresso sono stati rovesciati alcuni sacchi di spazzatura e i muri sono stati imbrattati con insulti vari.
Mentre il presidente della Regione Luca Zaia ha parlato di episodi «inaccettabili», tutti i commentatori che in questi giorni hanno accusato la Lega, tra le altre cose,  di essere un «pericolo per la democrazia», hanno semplicemente ignorato la notizia.
Il candidato sindaco di Padova, Massimo Bitonci, capogruppo della Lega in Senato, ha colto l’occasione per chiarire una parte del suo programma di governo se verrà eletto sindaco: «A Padova la democrazia è messa a repentaglio da pochi violenti, legati agli ambienti del Centro Pedro e Gramigna. In via Ticino, per esempio, permane un’isola di illegalità, dove si somministrano alcolici senza licenza e senza l’emissione dello scontrino fiscale. La giunta Rossi-Zanonato è sempre stata complice dei compagni pedrini. Se sarò eletto sindaco, sfratterò questi signori e ripristinerò l’ordine».

sabato 18 gennaio 2014

A Miane (TV) sindaco contro la Kyenge:”Basta aiuti agli stranieri, prima ci sono gli italiani”

Il primo cittadino di Miane invia una lettera al ministro dell’integrazione sul tema immigrazione.
“Mi hanno accusata di razzismo. Ma io non sono affatto razzista. Da insegnante, sono più che mai sensibile ai temi del rispetto, dell’educazione, dell’integrazione. Però a un certo punto bisogna far sentire la propria voce. Non ci continui a chiedere di togliere servizi ai nostri concittadini, in primis anziani, per darli a persone certamente bisognose di aiuto, ma che non possono venire sempre prima di noi. Non dico dopo, ma almeno non prima. Non possiamo privare i nostri anziani di aiuti per darli agli extracomunitari. Non è eticamente giusto”.
D’altronde troppo spesso di fronte alla situazione di minori, quasi esclusivamente extracomunitari, a carico del bilancio comunale, il Sindaco di Miane ha dovuto togliere ai suoi concittadini italiani, per non parlare poi dell’incongruenza di provvedimenti presi a Roma.
“Lasciare le frontiere aperte con gli sbarchi triplicati in pochi mesi o proporre lo ius soli, mette in gravissima difficoltà noi Sindaci, che stiamo contemporaneamente subendo tagli paralizzanti ai nostri bilanci. Da un lato lo Stato impone nuove incombenze per far fronte al problema migratorio, e dall’altro ci toglie risorse”.
Questo è lo stato attuale dell’Italia. Prima vengono gli stranieri, poi se c’è tempo gli italiani, ma molto dopo!
di Giorgio Cafaro (Radar)

A Vicenza il comune paga le bollette ai nomadi! "Assistenza a malati, anziani, minori e disabili priorità dell'Amministrazione comunale".

Solo lo scorso anno l'assessorato ha sborsato quasi 60 mila euro per le bollette insolute delle famiglie dei campi Diaz e Cricoli.
Bambini costretti a dormire tutti in una roulotte perchè nelle altre non c'era riscaldamento, anziani stretti sotto montagne di coperte. Nel campo nomadi di via Cricoli questa era la situazione poco prima di Natale.
L'Amministrazione è dovuta intervenire sollecitata non solo dai Rom e Sinti che occupano l'area, ma anche dalle associazioni che da anni si fanno dell'integrazione un modello da perseguire. Molte famiglie non avevano pagato le bollette delle luce e l'assessorato contrà Mure San Rocco è dovuto correre ai ripari nell'arco di pochi giorni. Assistenza a malati, anziani, minori e disabili rimane una priorità dell'Amministrazione comunale.
Ma le regole di Aim per i morosi parlano chiaro, si riallacciano i contatori solo se viene ripianato il debito precedente o se si riesce a rateizzarlo con un anticipo. E il Comune, in questo caso, è un utente come tutti gli altri e ha dovuto sborsare solo nel 2013 per il pagamento delle bollette nei campi nomadi: 59 mila euro per 29 famiglie. È andata un po' meglio nel 2011 quando i soldi erogati sono stati 47.499 per 31 nuclei familiari.
di Chiara Roverotto (GDV) 

venerdì 17 gennaio 2014

C’è un piano Renzi-Letta per liberarsi della Kyenge

L’altissima tensione tra Matteo Renzi ed Enrico Letta generata dai continui attacchi (pubblici) del segretario democratico sta alimentando, con maggiore forza, anche la possibilità di un rimpasto nel governo. Il sindaco di Firenze ha dichiarato che non sarà lui a chiedere «passi indietro» ai responsabili dell’esecutivo, compito questo, che spetta al presidente del Consiglio.
I nomi sotto esame sono ormai conosciuti: Fabrizio Saccomanni (ministro dell’Economia e delle Finanze), Annamaria Cancellieri (ministro della Giustizia), Flavio Zanonato (ministro dello Sviluppo economico), la stessa Nunzia De Girolamo (ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali) per le note vicende, Enrico Giovannini (ministro del Lavoro e delle Politiche sociali) e Maria Chiara Carrozza (ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca).
La sorpresa potrebbe, invece, giungere da chi attualmente occupa il dicastero dell’integrazione: la ministra Cécile Kyenge. Rumors romani indicano la politica di origini congolesi come “autorevole” candidata (ovviamente in quota Pd) per un posto alle prossime elezioni europee. Un’idea, pare, stimolata anche dal continuo scontro con i nuovi vertici della Lega Nord. Si tratterebbe di una sorta di barriera che il maggior partito della sinistra italiana avrebbe deciso di erigere per contrastare la scelta dei verdi padani di schierarsi con il cartello delle destre europee. Una volontà, dunque politica, di portare oltre i confini nazionali le istanze “maturate” in questi 10 mesi di governo a favore dell’immigrazione.
La vicenda, però, potrebbe nascondere altre verità. La poca operatività della signora Cécile, i risultati praticamente nulli di un ministero “strumentale” sino dalla scelta del nome, la querelle di polemiche di varia natura non ultima quella legata alle famiglie adottive bloccate in Congo, avrebbero convinto i vertici Pd (e anche il premier Letta) a trovare una nuova collocazione alla Kyenge. Un’operazione tattica e maliziosa tesa a scardinare i malumori (anche interni) rispetto alla povertà dei risultati prodotti.
Come dicevano i latini Promoveatur ut amoveatur, promosso per essere rimosso.
di Carlo Cattaneo (Intraprendente)

giovedì 16 gennaio 2014

I leghisti occupano il Senato "Vogliamo le dimissioni di Grasso. Noi non ci muoviamo da qui"


Clamorosa protesta dei senatori del Carroccio mentre l'Aula discute dell'abolizione del reato di clandestinità.
"Io dormo qua, devono portarmi via le forse dell’ordine". Il capogruppo della Lega a Palazzo Madama Massimo Bitonci ha occupato, insieme ai senatori leghisti, l'ufficio di presidenza per protestare contro la norma che cancella il reato di immigrazione clandestina, contenuta nel decreto "Svuotacarceri" all’esame dell’Aula. Gli eletti del Carroccio hanno inscenato la protesta prima delle dichiarazioni di voto sugli emendamenti. "Stracciato il regolamento del Senato, se non esistono più regole salta la democrazia: questa mattina in Aula del Senato mentre si sta facendo discussione generale di un altro provvedimento, quello sulle demolizioni edilizie abusive, Grasso assente, la presidenza di turno, Fedeli, decide in maniera del tutto arbitraria l’inversione dell’ordine del giorno senza che ci sia stato un voto e rifiutando di dar voce a interventi", ha tuonato Bitonci, "Di fatto torna così al primo punto lo svuotacarceri, evidentemente scomparsa, chissà con quale miracolosa cura o intervento divino, l’afonia del relatore Casson. Ma la Lega non ci sta: le regole vanno rispettate. I senatori della Lega occupano per protesta gli uffici del presidente Grasso e chiediamo l’impeachment di Grasso per mancato rispetto regolamento del Senato".
In Aula, intanto, è scattato l'ostruzionismo: ogni senatore del Carroccio interverrà su ciascun emendamento presentato, per dichiarazione di voto, nei tempi previsti dal regolamento, ovvero di 10 minuti l'uno. All'iniziativa della Lega, che ha presentato 250 proposte di modifiche al provvedimento, risponde il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, che osserva: ''Basta un rapido calcolo per comprendere che nell'arco della giornata non arriveremo ad approvare che una piccola parte del provvedimento. Chiedo perciò l'immediata convocazione di una conferenza dei capigruppo  affinché si decida il contingentamento dei tempi oppure che consenta di proseguire i lavori dell'Aula tutta la giornata e tutta la notte se necessario''.
da Libero Quotidiano

L'Intraprendente con La Padania per la libertà di stampa

I colleghi de La Padania non hanno certo bisogno di avvocati difensori, ma l’ultima polemica col ministro Kyenge merita un paio di considerazioni. È successo che il quotidiano leghista ha pubblicato gli appuntamenti pubblici della responsabile dell’Immigrazione. Non ha trafugato l’agenda personale della signora, bensì li ha ricavati dal sito ufficiale del dicastero. Tanto è bastato per scandalizzare il Pd, che ha accusato il giornale del Carroccio di aizzare i militanti padani contro la povera Cècile. Che ha poi risposto alle polemiche con un originale «Padania chi?». In questi mesi al governo non avrà imparato a combinare qualcosa di buono, ma almeno ha memorizzato le battutine del suo leader Matteo Renzi.
Fatto sta che i democratici hanno sparato contro La Padania tutta la loro indignazione, e addirittura hanno minacciato di portare la faccenda in tribunale. Vanno capiti: sono abituati agli ultras della sinistra più o meno estrema, che in effetti vanno a caccia dell’avversario politico per sputargli addosso e non per modo di dire. Probabilmente s’illudono che pure a destra abbiano certe abitudini. Ricorderete quanto successo a Brescia durante la manifestazione del PdL di qualche mese fa, per esempio. Berlusconi aveva organizzato un comizio per parlare dei suoi guai giudiziari e decine di estremisti rossi erano scesi in piazza per minacciare i sostenitori del Cavaliere. È dell’altro giorno un altro esempio della democrazia rossa: all’università di Bologna è stato assaltato l’ufficio del professor Angelo Panebianco, punito per aver scritto sul Corriere che l’Italia non può permettersi di accogliere tutti gli immigrati che bussano alle sue coste. I signorini dei centri sociali hanno imbrattato i muri e le porte dell’ateneo dandogli del fascista e del razzista. Ci sbaglieremo, ma sembra che abbia scatenato più indignazione la trovata de La Padania piuttosto che le minacce di morte al parlamentare Pd Stefano Esposito, colpevole di essersi schierato a favore del Tav e quindi odiato dagli estremisti (per lo più anarchici e rossi, ovviamente) che giocano alla guerra con la scusa dell’Alta velocità. Peraltro, sia nel caso di Esposito che in quello di Panebianco non c’è stato bisogno che qualche giornale pubblicasse i loro indirizzi per farli minacciare e insultare a domicilio.
Scriviamo un’ovvietà che i seguaci di Renzi fingono di non capire: chi vuole andare a caccia dell’avversario politico, ci riesce benissimo senza ausilio della stampa. Oltretutto, a differenza dei bravi ragazzi dei centri sociali che tanto piacciono alla sinistra, i leghisti non si sono mai resi responsabili di aggressioni più o meno fisiche contro esponenti di altri partiti. Oddio, magari sono stati un po’ cafoni e in passato hanno fischiato Napolitano e Ciampi. Ma i signori del Pd non hanno mai beccato statuine in faccia o treppiedi in testa come accaduto a Berlusconi. Né si son dovuti guardare le spalle per paura degli hooligans leghisti o di Forza Italia. Addirittura, ci azzardiamo a dire che gli esponenti della sinistra possono tranquillamente girare per la città spingendo i propri anziani genitori in sedia a rotelle. Difficilmente saranno insultati e minacciati come successo a Letizia Moratti e a suo padre partigiano (ma non comunista) durante un vergognoso 25 aprile a Milano. Episodi ben più gravi e violenti delle pur censurabili e sgradevoli contestazioni alla Kyenge, che oltre a qualche fischio s’era beccata (molto prima degli appuntamenti pubblicizzati su La Padania) un paio di banane. Ma la quota imbecilli, signora ministro, è purtroppo bipartisan. Sulla quota imbecilli e violenti, invece, la sinistra non ha rivali.
di Albertino (L'Intraprendente)

La sinistra italiana dei diritti vuole tornare alla dittatura:"Censurate la Padania"

Dopo il suggerimento da brivido sulla prima pagina di Repubblica di un «sequestro preventivo», è arrivata anche la richiesta di un intervento censorio dell’Ordine dei Giornalisti da parte di un deputato del Pd. Il caso Kyenge-La Padania agita ancora la sinistra italiana divisa tra  severa critica etica e, appunto, livore censorio. Tanto che alcuni interventi richiamano alla mente periodi bui della storia italiana, quando i giornali dovevano contenere solo articoli graditi al governo pena, appunto, il sequestro preventivo.
In questo solco s’inserisce la richiesta del deputato “democratico”  Ernesto Magorno: «L’ordine dei giornalisti valuti di intervenire sulle rubriche pretestuose che La Padania dedica ai ministri: dopo Cecile Kyenge, ora è il turno di Flavio Zanonato. Un giornale di partito pagato con i soldi di tutti i cittadini, ha delle responsabilità certamente maggiori nell’evitare derive da fomentatori di odio. Pubblicare “rubriche segnaletiche” contro esponenti del governo è un modo per alimentare provocazioni. Un modo di fare giornalismo non soltanto discutibile, ma difficilmente compatibile con il rispetto della persona. È opportuno che gli organi di autocontrollo dei giornalisti si attivino».
Alla foga da Minculpop messa in mostra da esponenti della maggioranza di governo e da autorevoli commentatori di sinistra ha risposto il segretario della Lega Matteo Salvini rivolgendosi ai ministri dell’Interno della Giustizia: «Alfano e Cancellieri condividono la richiesta fascista del Pd che vuole la chiusura del nostro quotidiano?».
«Siamo ormai - continua Salvini - l’unico giornale di opposizione. Forse questo dà fastidio a qualcuno nel nuovo partito di Renzi che ormai di democratico non ha più nulla se non il nome».
A testimonianza di quanto sostenuto dal leader del Carroccio anche quanto avvenuto a Palazzo Madama, dove il solo gesto di mostrare La Padania in aula scandendo «Giù le mani dalla Padania» ha scatenato le proteste del Pd e il successivo intervento dei commessi che hanno strappato i giornali dalle mani dei leghisti.

mercoledì 15 gennaio 2014

Aurora Lussana (la Padania) contro Kyenge: "Se la sua agenda è online, perché non dovrei pubblicarla?"

Reagisce ai "professionisti dell'indignazione" e non rinuncia alla rubrica sugli impegni del ministro. Ecco chi è la leghista che sfida Cecile.
Ora la attaccano perché pubblica su la Padania l'agenda degli appuntamenti pubblici del ministro Cecile Kyenge. Ma non batte ciglio. Come quando nel giugno 2011 si prese degli sganassoni, in piazza della Loggia a Brescia, mentre assisteva da direttrice di Telepadania a una manifestazione di immigrati. Aurora Lussana, dall'ottobre 2012 direttrice del giornale di partito del Carroccio, ha messo nel mirino la titolare del dicastero per l'Integrazione, e non ha intenzione di tirarsi indietro davanti alle prime polemiche. "L'ultima cosa che mi sarei aspettata - scrive oggi sul giornale che dirige - è che i professionisti dell'indignazione scatenassero questa cosa per un'agenda pubblica". Il senso della controrisposta a chi l'accusa di mettere in pericolo la sicurezza del ministro è: la lista dei suoi impegni si trova sul sito del ministero, e non c'è ragione perché si gridi all'attentato alla sua incolumità per la pubblicazione su la Padania. Ma la Kyenge non è un ministro qualsiasi, aggiunge: "E' una potente donna del governo che tutti i media celebrano come una santa: gode di una sorta di immunità razziale". E poi dice: "Noi siamo un piccolo giornale d'opposizione. Ma avrei voluto vedere questa indignazione per le famigli italiane bloccate in Congo e per i marò".
Direttrice di ferro - Bergamasca classe 1976, maturità classica e laurea in scienze politiche, Lussana ha fatto i suoi esordi da giornalista su Rai2. E' nell'orbita Lega Nord dal 1994, molto vicina a Roberto Maroni e da sempre maroniana di ferro. Quando è stata nominata direttrice del quotidiano di partito (alla cui guida è subentrata a Stefania Piazzo), commentò con il Fatto Quotidiano: "Non voglio raccontare l’agiografia dei santi leghisti e vorrei prendermi tutta l’autonomia che mi è stata promessa". Capelli lunghissimi e forme prosperose, vive a Milano ed è fidanzata con Nicola Molteni, deputato del Carroccio e tesoriere del gruppo a Montecitorio.
da Libero Quotidiano

Matteo Salvini risponde al ministro Kyenge: "La faremo dimettere"

"Chi siamo? Siamo quelli che la faranno dimettere". 
Matteo Salvini risponde per le rime a Cecile Kyenge. Il ministro per l'Integrazione ha ironizzato coi giornalisti che chiedevano un commento sulla rubrica Qui Kyenge con un laconico: "la Padania chi?". 
Se il giornale di partito del Carroccio pubblica la agenda dei suoi appuntamenti pubblici, insomma, l'esponente dell'esecutivo Letta se la cava con la fatidica battuta con la quale Matteo Renzi ha guadagnato le dimissioni del viceministro Stefano Fassina. Ma il neosegretario del Carroccio non rimane a guardare, e sulla propria pagina Facebook arringa: "La simpatica sciura Kyenge dice non so chi sia la Lega Nord? Siamo quelli che - risponde -, dando voce a milioni di cittadini incazzati da Nord a Sud di cui lei non si preoccupa, la faranno dimettere".

martedì 14 gennaio 2014

Lega Nord, sulla Padania una nuova rubrica: "Qui Cecile Kyenge"

Dopo i disordini in occasione della visita del ministro a Brescia, il quotidiano padano segnala in prima pagina tutti i suoi spostamenti e impegni pubblici.
Chissà come la prenderanno, i politici e gli amministratori locali lumbard, a vedersi affiancati dal ministro dell'Integrazione Cècile Kyenge. No, non nel senso che la Beccalossi girerà la Lombardia insieme alla italo-congolese. Ma perchè la Padania, il quotidiano della Lega Nord, ha da oggi deciso di arricchire la sua prima pagina con una nuova rubrica, che si affianca appunto a Qui Lega territorio, che indica gli appuntamenti pubblici degli esponenti del Carroccio. Si chiama Qui Cecile Kyenge e riporta gli appuntamenti quotidiani del ministro per l'integrazione. Certo, gli impegni pubblici della Kyenge sono tutt'altro che top secret, visto che li riporta già il sito internet del ministero. Ma dopo quanto accaduto nello scorso settimana, col boicottaggio di alcuni esponenti lombardi della Lega in occasione di una visita a Brescia della Kyenge e le tensioni in piazza nella città della Leonessa, i più malevoli potrebbero vedere nella rubrichetta padana una specie di schedatura, o almeno un "pedinamento" lumbard nei confronti della ministra. I più benevoli, invece, un cambio di passo del Carroccio a trazione Salvini dopo la fase "morbida" che ha caratterizzato la segreteria di Roberto Maroni.
Bitonci: Ministro della negritudine - E a riaccendere le polemiche ci ha pensato più o meno in contemporanea il presidente della Lega al Senato, Massimo Bitonci, che a Palazzo Madama se l'è presa con la Kyenge e la sua consigliera Livia Turco: "Vogliono le quote riservate agli immigrati nella società: siamo alla demenza". E sull'abolizione del reato di clandestinità parte l'affondo: "La Turco non sa niente di niente e la Kyenge non è qualificata per questo incarico molto delicato. La Kyenge non sa cos'è l'integrazione, non sa niente di niente. Vuole favorire la negritudine come in Francia, ma noi possiamo farne a meno". Parole definite dal Pd "indegne" espressione di un "movimento popolare ormai ridotto a un partito di xenofobi".
da Libero Quotidiano

Occhetto: "Fino all'89 non sapevo cosa fossero le foibe". È vittima della sua stessa disinformazione?

L'ex leader comunista, in un'intervista al Tempo, ammette candidamente di aver scoperto gli eccidi con cinquant'anni di ritardo. È vittima della sua stessa disinformazione?
Che le foibe siano state un tabù per decenni, lo sanno tutti. Non una riga sui libri scolastici, nessun volume storico diffuso nel grande circuito editoriale, zero commemorazioni ufficiali. 
Quei massacri di migliaia di italiani a fine guerra sui confini orientali sono stati nascosti e negati talmente a lungo da apparire quasi una leggenda. Forse per questo Achille Occhetto, ex segretario del Pci, che con il suo partito ha contribuito a far credere che non esistessero, afferma candidamente in un’intervista: “Io stesso ho appreso del dramma delle foibe solo dopo la svolta della Bolognina. Prima non ne ero mai venuto a conoscenza”. D’altronde è stato l’ultimo leader dei comunisti italiani, maestri nella propaganda e nel distorcere la verità. E perciò può essere rimasto vittima della sua stessa disinformazione se ha scoperto un pezzo di storia solo nel 1989. Oppure continua a mentire come hanno fatto i suoi compagni per quasi mezzo secolo, raccontando che gli esuli dell’Istria, Fiume e Dalmazia non erano semplici italiani in fuga dalle stragi comuniste ma fascisti che scappavano per i loro misfatti. Un messaggio che aveva già fatto presa nel 1947. C’è un episodio indimenticabile. Il 16 febbraio, un piroscafo parte da Pola con migliaia di connazionali che, dopo essere sbarcati ad Ancona, sono stipati come bestie su un treno merci diretto a La Spezia. Quel treno, il 18 febbraio, arriva alla stazione di Bologna, dove è prevista una sosta per distribuire pasti caldi agli esuli. Ma ad attendere i disperati c’è una folla con bandiere rosse (toh, i compagni di Occhetto?) che prende a sassate il convoglio, mentre dai microfoni è diramato l’avviso “se i profughi  si fermano, lo sciopero bloccherà la stazione”. Il treno è costretto a ripartire. Questo il clima.
La propaganda comunista e la mistificazione della realtà, come sappiamo, hanno influenzato non poco la cultura italiana del secondo Novecento. Ma è stato impossibile seppellire la memoria: troppi profughi, troppi testimoni e quella destra che alimenta i ricordi. E poi c’è Trieste, che Occhetto conosce bene, città decorata con la medaglia d’oro al valore militare dal capo dello Stato, nella cui motivazione c’è scritto “…subiva con fierezza il martirio delle stragi e delle foibe, non rinunciando a manifestare attivamente il suo attaccamento alla Patria…”. Tutti sapevano delle foibe, anche se era scomodo e sconveniente parlarne. Per questo motivo facciamo fatica a credere che il prode Achille l’abbia saputo così tardi. Fosse stato per il Pci, probabilmente non se ne sarebbe mai parlato, ma per fortuna è stato sconfitto dalla storia. E al grande libro dei fatti è stata aggiunta quella pagina strappata.
di Riccardo Pelliccetti (Giornale)