mercoledì 3 luglio 2013

Il sistema Sesto non è un incidente, è l’approdo finale di questa sinistra

Nel feudo di Penati si è realizzata pienamente l'idea togliattiana di partito come strumento egemone, in grado di condizionare la libera espressione degli interessi economici. Marinaro e Di Caterina lo raccontano: leggere per capire, e uscire dal Novecento.
Al netto delle inclinazioni soggettive degli interpreti e delle esasperazioni del contesto, il “sistema Sesto”, può essere visto come l’attuazione organica del progetto peculiare del partito novecentesco. Specie di quello della versione togliattiana, per molti versi ricalcata dall’esperienza del fascismo. Ne costituisce una declinazione – si può dire – compiuta.  Vediamo perché.
Rappresenta il trionfo della logica che vede nei partiti degli strumenti di mediazione, o meglio, di intermediazione, al limite totalizzanti, tra istituzioni e società. I semafori che possono consentire, impedire o rallentare, in ogni caso condizionare, la libera espressione degli interessi economici. Dietro il paravento della programmazione e lo scudo di teorie keynesiane piegate a pretesto ideologico, il partito agisce come un filtro onnipresente, trasferendo in modi potenti i propri input alle istituzioni locali. Così, quando, nel corso degli anni Ottanta del secolo scorso, le trasformazioni del settore manifatturiero e lo svuotamento delle grandi fabbriche liberarono aree vastissime e spesso di pregio, l’avvento della “pianificazione contrattata” – di per sé un passaggio inevitabile verso una gestione del territorio più flessibile e intelligente della vecchia gabbia dei piani regolatori – rappresentò l’inizio di una stagione in cui il protagonismo disinvolto di molti fu esaltato dalla possibilità di imporre taglie e di ricavare benefici monetari. A titolo personale o per il partito, forti della maggiore discrezionalità garantita dalle nuove norme. Sempre, però, in nome e per conto del partito.
Nel frattempo, il partito rimane la stella polare di una vasta costellazione di relazioni, di realtà associative, di interessi economici, di strumenti di consenso. Il collante tra i gruppi di pressione che trovano voce al suo interno e le istituzioni. Quello di Sesto San Giovanni è, per certi versi, un caso limite. Una enclave “rossa” considerata inespugnabile, una città retta da una sorta di regime, grazie a una composizione sociale che garantiva al Pci percentuali elettorali bulgare e ad una rete di organizzazioni estese ai ceti medi che ne consolidavano il consenso, dallo sport al tempo libero alla cultura. Con al centro, appunto, “il partito”. Convinto che il proprio sistema autoreferenziale fosse in grado di interpretare la complessità sociale che stava avanzando e così sicuro di sé da coltivare nostalgie ideologiche che altrove non sarebbero state tollerate. Così forte, anche sul piano economico, da costituire una sorta di zona franca per il Pci (e poi per il Pds e i Ds) milanese, fino a condizionarne le scelte e ad imporre i suoi uomini alla guida della Federazione metropolitana. Come insegna, appunto, il caso di Penati. Il quale, oltre ad essere l’espressione orgogliosa di questo mondo e di questa ideologia, rappresenta una caso di studio delle trasformazioni intervenute, specie nell’ambito della sinistra, nell’antropologia dei dirigenti politici. Di come, di fronte alla crisi della politica, al cedimento dell’ideologia, al deficit di rappresentanza dei partiti, un intero ceto politico abbia finito per autonomizzarsi, per imporsi in virtù della propria professionalità politica, delle proprie capacità “manageriali”. Facendo pesare la propria abilità nel reperire nuovi asset, in termini di consenso politico ma anche di risorse economiche, con cui surrogare la caduta libera del partito. Dirigenti in grado di conquistare margini di autonomia fino ad allora sconosciuti, di godere di una delega ampia e incondizionata. Agendo da plenipotenziari, più che da leader. Era questo, in fondo, il profilo esaltato da Pierluigi Bersani quando parlava di “usato sicuro”. Che poi, si è visto, tanto sicuro non era.
Emilio Russo (L'Intraprendente)

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