lunedì 29 luglio 2013

TERRORISTI


La procura di Torino accusa di attentato terroristico a fini eversivi i No Tav che si son resi protagonisti di due attacchi alle forze dell'ordine con tanto di pietre, bombe carta e petardi. È proprio la definizione giusta.  
Qualcuno si è perfino azzardato a definirli “partigiani”, ora finalmente li sentiamo chiamare col loro vero nome: terroristi. Attentato per finalità terroristiche o di eversione: è questa l’accusa che la procura di Torino ha rivolto agli esponenti No Tav che, lo scorso 10 luglio, si sono resi responsabili di un pesante attacco alle forze dell’ordine. In quell’occasione una ventina di «terroristi» si era avvicinata, a volto coperto, alle reti lanciando sassi, bombe carta e petardi ad altezza uomo e costringendo le forze dell’ordine a intervenire per respingerli. Modalità di attacco che – secondo i magistrati torinesi – configurerebbero il reato di attentato terroristico condotto a fini eversivi. Le violenze sono poi continuate nella notte fra il 19 e il 20 luglio quando è andata in scena una vera e propria guerriglia: risultato 15 agenti contusi o feriti. Come riporta il quotidiano Lo Spiffero: «Durante le operazioni di bonifica dei boschi successive ai disordini sono stati trovati residui di molotov, grossi petardi, razzi da segnalazione, bulloni, fionde, mazze, un’ascia, maschere antigas, cappucci, caschi, sacchetti di pietre, anche all’interno di zaini, scudi artigianali, abbandonati dagli attivisti durante la fuga». Non proprio oggetti innocui.
In questo caso non si tratta di essere garantisti o meno: le azioni violente compiute sono sotto gli occhi di tutti. Eppure ci tocca quotidianamente vedere – nell’Italia della fatwa contro Berlusconi – un buonismo diffuso nei confronti dei No Tav. In fondo, dice qualcuno, sono dei ragazzi giovani che combattono per degli ideali, almeno loro ne hanno mantenuto qualcuno nella generale perdita di valori della società occidentale. È, esattamente, lo stesso ragionamento che si sentiva ai tempi delle Br quando si parlava, incessantemente, di «compagni che sbagliano» ma che, se non altro, combattevano contro uno stato para-fascista (cosa avesse di fascista l’ingovernabile Italia primorepubblicana lo sapevano soltanto loro). Le stesse Br residuati bellici della storia che, di recente, hanno minacciato il senatore democratico Stefano Esposito, da sempre difensore dell’alta velocità. Lungi da noi dire che tutto il movimento No Tav sia violento, così come non lo erano – negli anni ’70 – tutti gli aderenti a movimenti di estrema sinistra. Quello che conta è la capacità di chi accetta la dialettica politica di isolare, condannare e stigmatizzare chi compie azioni non democratiche: cosa che, finora, è avvenuta in maniera nulla o insufficiente all’interno del movimento degli oppositori della Tav. Bisognerebbe, invece, avere il coraggio di dire: «Quelli non sono dei nostri, non ci rappresentano». 
E invece no, spesso si preferisce difenderli anche nelle loro follie più astruse. Basti leggere quanto riporta il commento del blog Maverick a seguito degli scontri del 20 luglio: «i soliti finti “feriti” tra le forze dell’ordine che, vista la cronaca dei fatti, non possono certo essere stati colpiti dai dimostranti, tutt’al più si sono incespicati nel bosco e useranno le prognosi per attribuire lesioni ai fermati». Eh già i poliziotti si sono fatti male da soli e Jfk si è suicidato. Eppure raramente (leggi mai) abbiamo sentito una parola contro queste follie. Anzi il 23 luglio c’è stata pure una fiaccolata in sostegno dei violenti. Quella che sto per scrivere non è sempre una bella frase (la delazione è spesso poco liberale), ma questo è uno di quei casi in cui è bene dirla: «chi non denuncia è complice».
di Matteo Borghi (L'Intraprendente)

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