venerdì 21 marzo 2014

Giù le mani dal referendum sul Veneto libero

Lasciate che i veneti si stacchino e che campani e calabresi stiano ai piedi di Roma. Vedremo chi camperà di più.
Siamo alle solite. La Crimea ha deciso il proprio destino con un referendum: si distacca dall'Ucraina e si annette alla Russia per volontà popolare. 
Molti osservatori affermano che il plebiscito non è legittimo per vari motivi oscuri, e non si capisce perché la consultazione dovrebbe essere invalidata. Questo lo abbiamo già scritto. Se però ribadiamo il concetto, una ragione c'è: adesso anche la Catalogna andrà alle urne e così pure la Scozia; entrambe le regioni reclamano indipendenza. Che c'è di male? Nulla. Tanto è vero che nessuno protesta.
Nei Paesi evoluti è infatti riconosciuta ai cittadini la facoltà di contarsi allo scopo di stabilire dove andare e con chi. Ancora una volta debbo ricordare che l'autodeterminazione dei popoli non è un principio astratto, ma un dogma indiscutibile.
Le nazioni rischiano così di spezzettarsi? E chi se ne importa. Prima di tutto viene la libertà della gente di amministrare il proprio territorio come le garba.
Ecco perché trasecoliamo nell'apprendere che il referendum via Web (www.plebiscito.eu) in corso dal 16 al 21 marzo nel Veneto, finalizzato a uno strappo della regione dall'Italia, sia considerato un'attentato all'unità del Paese. Ma quale attentato?
I veneti desiderano ardentemente andarsene per conto proprio, ovvero essere padroni in casa loro, rigettando il patto nazionale (peraltro mai sottoscritto)? Liberi di verificare alle urne se si tratta di un sentimento maggioritario o minoritario. Nel primo caso bisognerà prenderne atto e agire di conseguenza; nel secondo, pace amen, la situazione rimarrà quella attuale: cioè il Veneto resterà integrato nella penisola con capitale Roma. Dov'è il problema? Perché scandalizzarsi se una quota di cittadini invoca l'uso di uno strumento - il plebiscito - altamente democratico per stabilire se mantenere lo statu quo oppure se mutare registro? Forse che il Veneto vale meno della Catalogna o della Scozia e non può aspirare, a differenza delle altre due regioni, a essere autonomo rispetto al potere centrale?
Non ha senso dividere i popoli tra figli e figliastri; ciascuno di essi deve godere della facoltà di fare ciò che vuole, a condizione che non infranga le regole democratiche, delle quali il plebiscito è la principale. Ognuno ovviamente ha le proprie opinioni e non stupisce che voglia imporle ad altri attraverso il metodo del confronto, ma se alla fine dei dibattiti non c'è intesa, si ricorre al referendum, il cui esito è legge. Non c'è molto d'aggiungere.
Un tempo certi contenziosi si dirimevano con le guerre, non esisteva alternativa. Oggi si vota e vince la maggioranza. Chi non accetta il verdetto elettorale si pone fuori dal contesto civile, automaticamente, e non può pretendere di essere apprezzato. Il referendum in Veneto non ha nulla di eversivo e va accolto come una manifestazione di correttezza istituzionale. D'altronde, quella dei veneti non è neppure una ribellione scomposta; è la speranza di un ritorno all'antico, alla Repubblica cosiddetta Serenissima, le cui prerogative sono giustamente rimpiante, visto che all'epoca del suo fulgore i «sudditi» si trovavano, con il Doge, meglio che con Matteo Renzi e affini, probabilmente.
Lasciate che i veneti si facciano la loro vita lontano da Roma, e che altri, per esempio campani e calabresi, si facciano la loro ai piedi della Città Eterna. Vedremo chi camperà di più e più comodamente.
di Vittorio Feltri (Giornale)

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